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Proverbi

Da Cathopedia, l'enciclopedia cattolica.

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Miniatura dalla Bibbia carolingia foglio 188v, ‎IX secolo

Il libro dei Proverbi è il più tipico della letteratura sapienziale d'Israele. La letteratura "sapienziale" è una ricca espressione in tutto l’Oriente antico. Lungo tutta la storia, l'Egitto ha prodotto scritti sapienziali. In Mesopotamia, a partire dall'epoca dei Sumeri, sono attestate composizioni di proverbi, favole, poemi sulla sofferenza, del tipo del libro di Giobbe.

La sapienza mesopotamica penetrò anche in terra di Canaan: a Ras Shamra sono stati ritrovati testi sapienziali scritti in accadico. Da ambiente di lingua aramaico proviene la Sapienza di Achikar, che è di origine assira ma è stata poi tradotta in numerose lingue dell’antichità. Si tratta dunque di una "sapienza" internazionale. Non si caratterizza per una particolare preoccupazione religiosa, si esplicita piuttosto nel settore profano. Cerca di spiegare il destino degli individui, non attraverso una riflessione filosofica di tipo greco, ma traendo argomento dall’esperienza. Si tratta cioè di un’arte del ben vivere, con una nota di buona educazione. Insegna all'uomo a conformarsi all'ordine cosmico e intende dare il mezzo per essere felici e avere successo. Ma non sempre di fatto avviene così e le esperienze di fallimento giustificano il tono di pessimismo di certe opere sapienziali, sia egiziane che mesopotamiche.

Israele ha conosciuto questo genere sapienziale. L'elogio più bello che la Bibbia ritiene di fare della sapienza di Salomone, è che essa superava quella dei figli dell’Oriente e quella dell'Egitto (1 Re 5,10). I saggi arabi e idumei erano famosi (Ger 49,7; Bar 3,22-23; Abd 8). Giobbe e i tre saggi suoi amici vivono in Edom. L'autore di Tobia conosceva la sapienza di Achikar e 22,17-23,11 è strettamente dipendente dalle massime di Amenemope. Numerosi salmi sono attribuiti a Eman e a Etan, saggi di Canaan, secondo 1Re 5,11. I Proverbi contengono le Parole di Agur (30,1-14) e le Parole di Lamuel (31,1-9), tutti e due originari di Massa, una tribù dell'Arabia settentrionale (Gn 25,14).

Non desta dunque stupore che le prime opere sapienziali di Israele presentino strette somiglianze con opere analoghe dei popoli vicini: provengono infatti dai medesimi territori.

Le parti più antiche dei Proverbi non danno altro che precetti di sapienza umana. Se si eccettuano l'Ecclesiastico e la Sapienza, che sono gli scritti più recenti, i libri sapienziali non affrontano neppure i grandi temi dell’Antico Testamento: la legge, l'alleanza, l'elezione, la salvezza. I saggi di Israele non si preoccupano della storia e del futuro del loro popolo, la loro riflessione si sofferma sul destino individuale, analogamente ai fratelli d'Oriente. Ma il loro sguardo è illuminato da una luce superiore: quella della fede in JHWH. Al di là dell'origine comune e delle numerose somiglianze, questo riferimento essenziale determina, nella sapienza israelita, una fondamentale differenza che va sempre più accentuandosi con il progredire della rivelazione.

L'opposizione sapienza-stoltezza diventa opposizione giustizia-iniquità, pietà-empietà. La vera sapienza è in realtà il timore di Dio; e il timore di Dio è la pietà. Se della sapienza orientale si può dire che è un umanesimo, della sapienza di Israele si potrebbe dire che è "umanesimo devoto".

Ma questa valenza religiosa della sapienza si è sviluppata solo gradualmente. Il termine ebraico ha un significato complesso. Può indicare sia l’abilità manuale o professionale, il senso politico, il discernimento, sia l'astuzia, l'accortezza, l'arte della magia. Questa saggezza umana può dunque esercitarsi sia per il bene che per il male, e tale ambiguità giustifica i giudizi sfavorevoli pronunziati dai profeti contro i sapienti (cf. Is 5,21; 29,14; Ger 8,9).

Questo fatto dà ragione anche al perché ci sia voluto tanto tempo prima che si arrivasse a parlare di una sapienza di Dio, nonostante sia lui a donarla agli uomini e, già a Ugarit, la sapienza sia l’attributo del dio principale El. Solo a partire dagli scritti postesilici si parla di Dio come del solo sapiente e di una sapienza trascendente che l’uomo vede operante nella creazione, ma che resta inscrutabile (cf. Gb 28; 38-39; Sir 1,1-10; 16,24s; 39,12s; 42,15-43, ecc.).

Nel grande prologo premesso al libro dei Proverbi (1-9), la sapienza divina parla come una persona; essa è presente in Dio dall’eternità e opera insieme a lui nella creazione (soprattutto 8,22-31). Il libro dei Proverbi si è costituito intorno a due raccolte:

  1. la prima (10,1-32), intitolata "Proverbi di Salomone" (375 proverbi),
  2. la seconda (25-29), introdotta con "ed ecco ancora alcuni proverbi di Salomone che trascrissero gli uomini di Ezechia" (128 proverbi).

A queste due parti sono state aggiunte come appendici: alla prima, le "Parole dei sapienti" (22,17-24,22) e "anche queste sono parole del saggio" (24,23-34); alla seconda, le "Parole di Agur" (30,1-14), seguite dai proverbi numerici (30,15-33) e dalle "Parole di Lamuel" (31,1-9). Questo insieme è preceduto da una lunga introduzione (capitoli 1-9), in cui un padre dà raccomandazioni di saggezza a suo figlio e in cui la stessa sapienza prende la parola. Il libro si conclude con un poema alfabetico che loda la donna perfetta (31,10-31).

L'ordine delle sezioni è indifferente, non è lo stesso nella Bibbia greca e, all'interno di ciascuna, le massime si susseguono senza alcun ordine e con ripetizioni. Il libro è dunque una raccolta di collezioni, inquadrate da un prologo e un epilogo. Le due raccolte maggiori riportano il maschal nella sua forma primitiva e non hanno che brevi sentenze, generalmente di un solo distico. La formula diventa più ampia nelle appendici; i piccoli poemi numerici di 30,15-33 (cf. 6,16-19) aggiungono all’insegnamento l'attrattiva di una presentazione enigmatica, già conosciuta anticamente (cf. Am 1). Il prologo (1-9)è una raccolta di istruzioni, interrotta da due arringhe della sapienza personificata; l’epilogo (31,10-31) è una composizione erudita.

Questa evoluzione della forma è legata a una successione temporale. Le parti più antiche sono le due grandi raccolte di 10-22 e 25-29. Sono attribuite a Salomone che, secondo 1 Re 5,12, pronunciò tremila proverbi, e che fu sempre considerato come il più grande saggio di Israele. Al di fuori di questa testimonianza della tradizione, il tono dei Proverbi è troppo anonimo perché si possa attribuire con sicurezza al re questa o quella massima particolare; ma non c'è motivo di dubitare che l'insieme risalga alla sua epoca; le massime della seconda raccolta erano già antiche quando gli uomini di Ezechia le raccolsero verso l’anno 700. Poiché formano il nucleo del libro, queste due collezioni gli hanno dato il nome: si chiama "Proverbi di Salomone" (1,1). I sottotitoli delle sezioni minori indicano che il titolo generale non deve essere preso alla lettera: esso si estende anche all’opera dei saggi anonimi (22,17-24,34) e alle parole di Agur e di Lamuel (30,1-31,8). Anche se questi nomi dei due sapienti arabi sono fittizi e non appartengono a personaggi reali, testimoniano la stima che si attribuiva alla sapienza straniera. Una chiara prova di questa stima ci è data da alcune "parole dei sapienti" (22,17-23,11), che si ispirano alle massime egiziane di Amenemope, scritte verso l'inizio del primo millennio a.C.

I discorsi dei capitoli 1-9 sono modellati sulle "istruzioni", che sono un genere classico della sapienza egiziana, ma anche sui "Consigli di un padre a suo figlio" recentemente scoperti in un testo accadico di Ugarit. La stessa personificazione della sapienza ha antecedenti letterari in Egitto, dove fu personificata Maat, la giustizia-verità. Ma l'imitazione non è servile; conserva l’originalità del pensiero israelita ed è trasformata dalla sua fede in JHWH. Si può con sicurezza datare il nucleo del libro (capitoli 10-29) come opera prima dell’esilio; la data dei capitoli 30-31 è incerta. Quando al prologo è sicuramente tardivo; il suo contenuto e le sue relazioni letterarie con gli scritti posteriori all'esilio permettono di fissare la sua composizione nel V secolo a.C., momento in cui anche l'opera ebbe la sua forma definitiva.

Poiché il libro rappresenta parecchi secoli di riflessione dei sapienti, contiene anche uno sviluppo dottrinale. Nelle due raccolte antiche domina un tono di sapienza umana e profana che sconcerta il lettore cristiano; però, già, un proverbio su sette ha un carattere religioso. È l'esposizione di una teologia pratica: Dio ricompensa la carità, la verità, la purezza di cuore, l’umiltà, e punisce i vizi opposti. La fonte e il compendio di tutte queste virtù è la sapienza, che è timore di Dio (15, 16,33; 16,6; 22,4) e solo in Dio bisogna confidare (20,22; 29,25). La parte più recente dà gli stessi consigli di sapienza umana e religiosa; insiste su alcuni errori che gli antichi saggi avevano passato sotto silenzio: l’adulterio e il frequentare la donna straniera (2,16ss; 5,2 e successivi; 15); l'epilogo infine manifesta il più grande rispetto della donna. Soprattutto il prologo dà, per la prima volta, un insegnamento completo sulla sapienza, il suo valore, il suo ruolo di guida e moderatrice delle azioni. Prendendo essa stessa la parola, la sapienza fa il proprio elogio e definisce il suo rapporto con Dio: con lui è dall'eternità e l’ha assistito nella creazione del mondo (8,22-31). È il primo dei testi sulla sapienza personificata.

L'insegnamento dei Proverbi è stato certo superato da quello di Cristo, sapienza di Dio, benché alcune massime annunzino già la morale evangelica. Bisogna inoltre ricordarsi che la vera religione si sviluppa su un fondo di onestà umana e che il frequente uso che il Nuovo Testamento fa del libro (14 citazioni e una ventina di allusioni) impone ai cristiani un grande rispetto per questi pensieri dei vecchi sapienti di Israele.

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