Caifa

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Giuseppe figlio di Caifa
Personaggio del Nuovo Testamento
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ERRORE in "fase canonizz"

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Giotto di Bondone, Gesù Cristo davanti a Caifa (1303 - 1305), affresco; Padova, Cappella degli Scrovegni
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Collegamenti esterni
Giuseppe figlio di Caifa, in (ebraico: יוסף בַּר קַיָּפָא, Yosef Bar Kayafa),[1] meglio noto come Caifa (greco: Καῖάφα; aramaico: ק׳פא; floruit). († ...), è un personaggio del Nuovo Testamento, sommo sacerdote ebreo dell'ebraismo e capo del sinedrio ebraico dal 18 al 36 d.C. Ricoprì tale carica ai tempi di Gesù che, secondo il Vangelo di Luca e il Vangelo di Giovanni, fece arrestare e di cui chiese la crocefissione, probabilmente su consiglio del suocero Anna.

Nel 1990 presso Gerusalemme è stata rinvenuta una tomba di famiglia al cui interno si trovava un'urna sepolcrale con l'iscrizione "Jehosef figlio di Caifa"; nell'ossario sono conservate le ossa di Caifa..

Nei Vangeli

Il soprannome "Caifa" significa "roccioso" ed è lo stesso, per quanto reso diversamente in italiano, di quello attribuito da Gesù a Pietro, cioè Cefa.

Nei Vangeli Caifa viene nominato all'inizio della vita pubblica di Gesù e soprattutto durante la passione di Gesù.

Nel Vangelo secondo Luca, iniziando a presentare la vita pubblica di Gesù e cercando di inquadrare storicamente gli avvenimenti, si dice:

« Nell'anno decimoquinto dell'impero di Tiberio Cesare, mentre Ponzio Pilato era governatore della Giudea, Erode tetrarca della Galilea, e Filippo, suo fratello, tetrarca dell'Iturèa e della Traconìtide, e Lisània tetrarca dell'Abilène, sotto i sommi sacerdoti Anna e Caifa, la parola di Dio scese su Giovanni, figlio di Zaccaria, nel deserto »

Sono dunque menzionati i sommi sacerdoti Anna e Caifa, come se avessero detenuto contemporaneamente questa carica, in realtà è il solo Caifa a detenere la carica istituzionale nel periodo considerato essendo succeduto al suocero Anna come preciserà Giovanni in relazione agli eventi del 30 d.C. (Gv 11,45-53).

Il fatto che Giovanni citi più sommi sacerdoti indica che chi aveva rivestito la carica poteva continuare a gloriarsi del titolo. Nel caso di Luca, Anna viene indicato come co-sommo sacerdote assieme a Caifa in quanto, di fatto, era lui a detenere il potere legato al titolo.

Giovanni ribadisce anche in un brano successivo che il vero sommo sacerdote era Caifa e che tale carica era stata legittimata da Dio che gli aveva concesso di profetizzare su Gesù (Gv 18,12-14)

Durante la passione di Gesù i Vangeli raccontano che Gesù fu arrestato per iniziativa dei sommi sacerdoti e del sinedrio i quali pagarono Giuda perché lo tradisse. Dopo l'arresto Gesù fu condotto prima da Anna e poi da Caifa. Non potendo il sommo sacerdote ed il sinedrio comminare la pena capitale, essi chiesero quindi al governatore romano Ponzio Pilato di condannare a morte il prigioniero.

Giovanni ha sempre un occhio di riguardo per Caifa. Riferisce dell’interrogatorio svoltosi presso Anna, ma non riporta una sola parola sulla seduta del sinedrio presieduta da Caifa, nella quale Gesù fu condannato a morte. Eppure ne è a conoscenza, in quanto racconta ciò che avvenne subito prima e subito dopo:

« Allora Anna lo mandò legato a Caifa, sommo sacerdote. »

« Allora condussero Gesù dalla casa di Caifa nel pretorio. Era l'alba ed essi non vollero entrare nel pretorio per non contaminarsi e poter mangiare la Pasqua. »

Lo lo stesso evangelista, parlando di sé stesso, spiega il perché di questa sua reticenza riguardo a Caifa:

« Intanto Simon Pietro seguiva Gesù insieme con un altro discepolo. Questo discepolo era conosciuto dal sommo sacerdote e perciò entrò con Gesù nel cortile del sommo sacerdote; Pietro, invece, si fermò fuori vicino alla porta. Allora quell'altro discepolo, noto al sommo sacerdote, tornò fuori, parlò alla portinaia e fece entrare anche Pietro. E la giovane portinaia disse a Pietro: «Forse anche tu sei dei discepoli di quest'uomo?». Egli rispose: «Non lo sono». »

Giovanni era conosciuto da Caifa e la conoscenza doveva essere piuttosto stretta, se gli permetteva di accedere alla casa del sommo sacerdote nonostante fosse nota la sua appartenenza ai discepoli di Gesù. Pietro, che non gode della medesima immunità, è costretto a restar fuori al freddo e a negare. È quindi possibile che, umanamente, Giovanni abbia voluto non calcare la mano su Caifa in virtù di questa amicizia, le cui origini sono tutte da indagare.

Dopo in Gv 18,28, non nominerà più Caifa, ma parlerà genericamente di "sommi sacerdoti".

Matteo sembra invece considerare Caifa il principale responsabile della morte di Gesù. Egli infatti, racconta la riunione in cui viene decisa la morte del Nazareno in questi termini:

« Allora i sommi sacerdoti e gli anziani del popolo si riunirono nel palazzo del sommo sacerdote, che si chiamava Caifa, e tennero consiglio per arrestare con un inganno Gesù e farlo morire. Ma dicevano: «Non durante la festa, perché non avvengano tumulti fra il popolo». »

La decisione del sinedrio giunge dopo che i suoi membri si sono sentiti attaccare dagli insegnamenti di Gesù, non è più un’ingiustizia compiuta ai danni di un singolo per il bene della comunità. In questo senso il brano rimanda all’intuizione di Pilato:

« Sapeva bene infatti che glielo avevano consegnato per invidia. »

Anche nel processo di Gesù davanti al sinedrio, Matteo punta il dito su Caifa:

« Or quelli che avevano arrestato Gesù, lo condussero dal sommo sacerdote Caifa, presso il quale già si erano riuniti gli scribi e gli anziani. Pietro intanto lo aveva seguito da lontano fino al palazzo del sommo sacerdote; ed entrato anche lui, si pose a sedere tra i servi, per vedere la conclusione. »

In seguito, Caifa non viene più menzionato. Lo ritroveremo solo negli Atti degli Apostoli ricordato come sommo sacerdote e insieme ad Anna e ad altri due personaggi di nome Giovanni ed Alessandro, dedito a rampognare Pietro e Giovanni, peraltro in maniera piuttosto indulgente (forse per la presenza di quest’ultimo) (At 4,5-6)

Fonti non cristiane

Il nome "Caifa" è menzionato anche in alcuni scritti rabbinici, in relazione ad altri membri dello stesso casato:

1.Mishnah, Para 3:5, cita ’Eliyehô‘ênay ben ha-kayaf, un sommo sacerdote di Gerusalemme, uno dei pochi che hanno avuto la fortuna di bruciare una giovenca rossa. La forma hakayaf è la versione ebraica dell'aramaico kayafa. La relazione tra questa persona e il Caifa citato da Giuseppe Flavio e dai Vangeli è stata suggerita da molti studiosi. Alcuni credono che ’Eliyehô‘ênay fosse il figlio di Giuseppe Caifa; altri ritengono che fossero fratelli.

2.Tosefta, Yevamot 1:10, parla di mišpahat bet kefai/kayafai [kayafa’] mibet mekošeš, La famiglia della casa di Cefai/Caiafai [Caiafa] da Beth Mekošeš, una famiglia sacerdotale di cui alcuni membri sono diventati sommi sacerdoti (la lettura parallela nel Talmud Gerusalemme, Yevamot 3a, è mišpahat beit nekife mebeit košeš).

3.Talmud Gerusalemme, Ma’asrot 52a, menziona un certo menaḥem bar maksima aḥui deyonatan kayafa’ (Menahem, figlio di Maximo, il fratello di Gionathan Caiafa). Questo conferma il fatto che kayafa’ era un soprannome, dato che Maximo era il padre di Gionathan.

Archeologia

L’archeologia ha fornito la prova definitiva dell’esistenza del sommo sacerdote Giuseppe detto Caifa.

Nel dicembre del 1990, nella Peace Forest, vicino North Talpiyyot, quartiere di Gerusalemme, durante la costruzione di un parco, fu scoperta una grotta funeraria del periodo del Secondo Tempio[2]. La grotta conteneva 12 ossari, dei quali solo 6 intatti, con evidenti segni di manomissione da parte di ladri. Si tratta del primo ritrovamento archeologico riguardante il nome "Caifa", che sarebbe stato effettivamente un soprannome, come riportato da Flavio Giuseppe in Antichità Giudaiche 23,35-39.

Cinque ossari recavano iscrizioni.

  • In un ossario, recante il nome di Miryam berat shim’on ( = Miriam figlia di Simone), all’interno del teschio di una donna di circa 40 anni, è stata trovata una moneta di Re Erode Agrippa I, risalente agli anni 42-43. Questa moneta, i cocci trovati sparsi e la fattura dei motivi decorativi di cinque ossari su sei, hanno confermato la datazione della tomba al I secolo d.C.
  • L’ossario n. 3 porta il nome Kafa.
  • L’ossario n. 6 reca il nome "yehosef bar kafa" sul lato anteriore e "Yehosef bar Kayafa" sul lato posteriore. Si distingue dagli altri per la magnificenza delle decorazioni e lo stile fuori dal comune. La decorazione si trova su uno dei lati lunghi dell’ossario; ci sono due grandi cerchi con dei motivi floreali simmetrici, uniti tra loro da un anello. Ogni cerchio contiene sei piccole rosette disposte a spirale, separate da un motivo floreale dipinto di arancione, identico al motivo tra i due cerchi. La rosetta superiore di ogni cerchio ha sei petali, tre dei quali sono colorati alternativamente di arancione. Una rosetta simile si trova al centro della parte superiore della cornice, sopra il motivo floreale che separa i due cerchi. Sui bordi esterni dei cerchi ci sono delle piccole palme non colorate.

In questo ossario sono stati trovati i resti di sei individui: un uomo di circa sessant’anni, una donna adulta dall’età imprecisata, un giovane dai tredici ai diciotto anni, un bambino e due neonati. L'ossario 3, che come il n. 6, porta il nome di Kafa (sia pure con una diversa fonetica), conteneva i resti di una donna adulta, un giovane, due bambini e un neonato.

Gli specialisti, come l’archeologo ed epigrafista Ronny Reich, ritengono che il nome "Yehosef bar Kayafa", traducibile alla lettera come "Giuseppe figlio di Caifa", possa significare "Giuseppe della famiglia Caifa" e che, secondo un processo dimostrato da J. Naveh,[3] il patronimico sia in realtà un soprannome divenuto cognome,

Tutti gli indizi portano quindi gli archeologi ad identificare il sessantenne "Yehosef bar Kayafa", sepolto nello splendido ossario, con Giuseppe detto Caifa, di cui parlano Flavio Giuseppe ed i Vangeli.

A titolo di completezza è necessario segnalare che lo studioso E.Puech ha contestato l'attribuzione dell'ossario a Caifa sulla base delle seguenti considerazioni:

  • In nessuna parte del sepolcro compare la parola "sacerdote".
  • La tomba é troppo piccola per essere considerata di alto livello sociale.
  • Le numerose ossa di bambini fanno pensare ad un'alta mortalità infantile che non si addice alle famiglie aristocratiche.

Alle argomentazioni di Puech si può ribattere con queste osservazioni:

  • La tomba non era fastosa, ma nemmeno comune e non poteva appartenere ad una famiglia ebraica media. L'assenza di ornamenti poteva essere voluta.
  • A fronte di un solo Giuseppe Caifa nel Nuovo Testamento e in Flavio Giuseppe, senza paralleli nella letteratura rabbinica, quella esaminata è l'unica iscrizione riferita ad un tale Giuseppe Caifa su oltre 1000 ossari rinvenuti in Palestina.
  • La camera sepolcrale si trova in prossimità della zona dove, secondo le indicazioni di Giuseppe Flavio[4]si trovava il monumento sepolcrale dedicato al sommo sacerdote Anna, suocero di Caifa:
« All’inizio...il sito del suo campo, egli [Tito] ha diretto il muro verso la zona inferiore della Città Nuova, e da lì attraverso il Chedron al Monte degli Ulivi; poi, piegando verso sud, ha cinto il monte per la roccia chiamata Peristereon e la collina contigua che sporge sulla gola di Siloe. Da lì, ruotando verso ovest, il muro scendeva nella Valle della Fontana, e poi saliva al monumento funebre di Ananus [Anna] il sommo sacerdote.... »
(Guerra giudaica 5:504-505)

La scoperta della tomba di famiglia di Caifa fu pubblicata da Zvi Greenhut, dell’Autorità per le Antichità d’Israele. L’ossario di Caifa attualmente è custodito al Museo della Israel Antiquities Authority a Gerusalemme.

Letteratura

Dante Alighieri, nell'Inferno, mette Caifa nella bolgia degli ipocriti; la sua punizione consiste nell'essere crocifisso e confitto nel terreno, calpestato dalle altre anime.

Note
  1. Metzger e Coogan (1993), Oxford Companion to the Bible, p. 97.
  2. Jewish virtual library
  3. "Nameless People", Israel Exploration Journal 40.
  4. Guerra giudaica V, 504-505
Voci correlate

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