Agnello di Dio

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Jan e Hubert van Eyck, Polittico dell'Agnello mistico (part.), 1426 - 1432, olio su tavola; Gand (Belgio), Cattedrale di San Bavone
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Dopo aver accettato di dargli il battesimo tra i peccatori[1], Giovanni Battista ha visto e mostrato in Gesù l'Agnello di Dio, che toglie il peccato del mondo (Gv 1,29.36). Egli manifesta così che Gesù è insieme il Servo sofferente che si lascia condurre in silenzio al macello (Is 53,7; Ger 11,19) e porta il peccato delle moltitudini (Is 53,12) e l'Agnello pasquale simbolo della redenzione di Israele al tempo della prima pasqua (cfr. Es 12,3-14; Gv 19,36; 1Cor 5,7). Tutta la vita di Cristo esprime la sua missione: servire e dare la propria vita in riscatto per molti (Mc 10,45).
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L'espressione Agnello di Dio è biblica, e si riferisce a Cristo. L'identificazione si trova in parecchi libri del Nuovo Testamento: nel Vangelo secondo Giovanni, negli Atti degli Apostoli, nella Prima lettera di Pietro e, soprattutto, nell'Apocalisse di San Giovanni.

Preparazione veterotestamentaria

Il tema dell'agnello di Dio proviene dall'Antico Testamento, secondo due prospettive distinte:

L'agnello pasquale

Alla vigilia dell'Esodo, YHWH ordinò agli Ebrei di immolare in ogni famiglia un agnello "senza difetti, maschio, di un anno" (Es 12,5), di mangiarlo alla sera, e di segnare col suo sangue gli stipiti delle porte. Grazie a questo segno gli ebrei sarebbero stati risparmiati dall'angelo sterminatore, che veniva a colpire tutti i primogeniti degli Egiziani.

Arricchendo il tema primitivo, la tradizione giudaica successiva diede un valore redentore al sangue dell'agnello: "In virtù del sangue dell'alleanza della circoncisione e in virtù del sangue della Pasqua, io vi ho liberati dall'Egitto"[2]. Grazie al sangue dell'agnello pasquale gli Ebrei sono stati riscattati dalla schiavitù d'Egitto e quindi hanno potuto diventare nazione consacrata", un "regno di sacerdoti (Es 19,6), legati a YHWH da un'alleanza e governati dalla legge di Mosè.

Il servo del Signore

Perseguitato dai suoi nemici, il profeta Geremia si paragona ad un "agnello che viene condotto al macello" (Ger 11,19).

L'immagine è ripresa dal Deutero Isaia, che l'applica al servo del Signore che, morendo per espiare i peccati del suo popolo, viene descritto "come un agnello condotto al macello, come pecora muta e che non apre bocca di fronte ai suoi tosatori" (Is 53,7). Tale testo sottolinea l'umiltà e la rassegnazione del Servo.

Cristo, vero agnello

Il Nuovo Testamento riprende entrambe le prospettive dell'Antico, e le arricchisce di l'ulteriore immagine dell'agnello "ritto come immolato".

L'Agnello mansueto

All'eunuco della regina d'Etiopia il diacono Filippo spiega il brano di Is 53 in riferimento al Cristo e alla sua passione (At 8,31-35).

Allo stesso testo rimandano gli evangelisti quando sottolineano che Cristo "taceva" dinanzi al sinedrio (Mt 26,63) e non rispondeva nulla a Pilato (Gv 19,9).

È possibile che anche quando Giovanni Battista indica in Gesù "l'agnello di Dio che toglie il peccato del mondo" (Gv 1,29; cfr. Is 53,7.12; Eb 9,28) abbia in mente tale testo.

L'Agnello Pasquale

Agnello di Dio, Monastero di Bose

La tradizione cristiana ha visto in Cristo "il vero agnello" pasquale[3], e la sua missione redentrice è ampiamente descritta nella catechesi battesimale soggiacente alla prima lettera di Pietro; ad essa poi fanno eco gli scritti giovannei e la lettera agli Ebrei. Ne viene una raffinata teologia:

La tradizione che vede in Cristo il vero agnello pasquale risale alle origini stesse del cristianesimo: ne abbiamo l'indicazione dove Paolo esorta i fedeli di Corinto a vivere come azzimi, "nella purezza e nella verità", poiché, dice, "la nostra Pasqua, Cristo, è stato immolato" (1Cor 5,7). Qui Paolo non propone un insegnamento nuovo su Cristo-agnello, ma si riferisce alle tradizioni liturgiche della Pasqua cristiana, ben anteriori quindi agli anni 55-57 in cui l'apostolo scriveva la lettera.

Stando alla cronologia giovannea, l'evento stesso della morte di Cristo avrebbe fornito il fondamento di questa tradizione: in Giovanni Gesù muore la vigilia della festa degli azzimi (Gv 18,28; 19,14.31), quindi il giorno della Pasqua, nel pomeriggio (Gv 19,14), nell'ora stessa in cui, secondo le prescrizioni della legge, si immolavano nel tempio gli agnelli. Inoltre dopo la morte non gli furono spezzate le gambe come agli altri condannati (Gv 19,33), ed in questo fatto Giovanni vede la realizzazione della prescrizione rituale concernente l'agnello pasquale (Gv 19,36; cfr. Es 12,46).

L'Agnello celeste

Pur conservando fondamentalmente il tema di Cristo-agnello pasquale (Ap 5,9-10), l'Apocalisse stabilisce un netto contrasto tra la debolezza dell'agnello immolato e la potenza che la sua esaltazione al cielo gli conferisce.

Agnello nella sua morte redentrice, Cristo è nello stesso tempo un leone, la cui vittoria ha liberato il popolo di Dio, prigioniero delle potenze del male (Ap 5,5-6; 12,11).

Condividendo ora il trono con Dio (Ap 22,1.3), ricevendo con lui l'adorazione degli esseri celesti (Ap 5,8.13; 7,10), l'Agnello è investito d'un potere divino. Egli esegue i decreti di Dio contro gli empi (Ap 6,1), e la sua ira li immerge nel terrore (Ap 6,16); egli conduce la guerra escatologica contro le potenze del male coalizzate, e la sua vittoria lo consacrerà "re dei re e Signore dei signori" (Ap 17,14; 19,16).

L'agnello ritroverà la sua antica mitezza solo quando saranno celebrate le sue nozze con la Gerusalemme celeste, che simboleggia la Chiesa (Ap 19,7.9; 21,9). Allora l'agnello si farà pastore per condurre i fedeli verso le sorgenti d'acqua viva della beatitudine celeste (Ap 7,17; cfr. Ap 14,4).

Nella liturgia

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi la voce Agnus Dei.

Il Rito della Messa invoca e acclama Cristo come "Agnello di Dio" (Gv 1,29) nell'inno del Gloria; riprende poi due volte l'espressione di Giovanni Battista immediatamente prima della Comunione:

Al termine delle litanie della Beata Vergine Maria, che vengono cantate nel rito dell'incoronazione della Vergine[4], viene invocato per tre volte Cristo "Agnello di Dio".

Note
  1. Cfr. Lc 3,21; Mt 3,14-15.
  2. Pirge R. Eliezer, 29; cfr. la Mekhilta su Es 12.
  3. Prefazio della Messa di Pasqua.
  4. Cfr. Benedizionale, nn. 2523-2525, on line. La pietà popolare prega le litanie lauretane al termine del pio esercizio del Rosario.
Bibliografia
Voci correlate
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Il contenuto di questa voce è stato firmato il giorno 14 gennaio 2012 da don Paolo Benvenuto, baccelliere in Teologia.

Il firmatario ne garantisce la correttezza, la scientificità, l'equilibrio delle sue parti.

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