Salmo 110

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Pieter de Grebber, Cristo invitato da Dio Padre a sedersi alla sua destra, 1645
La lettura cristiana del Salmo 110 vede in esso l'annuncio del Messia seduto alla destra del Padre
1leftarrow.png Voce principale: Salmi.
« Regalità e sacerdozio sono i motivi che confluiscono in questo Salmo che, insieme con il Sal 2, nella tradizione giudaica e cristiana è stato interpretato in chiave messianica (e cristologica, per i cristiani). »

Il Salmo 110 (testo completo nella versione CEI 2008) è uno dei più famosi Salmi regali; Gesù stesso lo ha citato, e gli autori del Nuovo Testamento lo hanno ampiamente ripreso e letto in riferimento al Messia vittorioso e glorificato alla destra di Dio.

È talvolta riferito con le parole iniziali della versione latina della Volgata "Dixit Dominus".

Il numero 110 corrisponde alla numerazione ebraica di Salmi; nella tradizione greco-latina il numero di questo Salmo è il 109, e ad evitare equivoci viene spesso indicato come Salmo 110 (109), ovvero come Salmo 109 (110).

Origine

È probabile che questo Salmo sia stato composto per l'intronizzazione di un re davidico.

Riguardo alla data di composizione regna tra i commentatori la più grande disparità di vedute: per alcuni il salmo nacque nell'epoca degli albori della dinastia davidica, per cantare l'ascensione al trono di Davide o di Salomone; per altri la data di composizione potrebbe arrivare fino all'epoca maccabaica (II secolo a.C.), per il fatto che soltanto allora la dignità regale si trovò congiunta a quella del sommo sacerdozio nella stessa persona, a partire da Simone, iniziatore della dinastia asmonea[1].

Nel Salmo vengono rilevati influssi esterni, sia dal mondo mesopotamico che da quello egiziano, ma anche dall'ambente cananeo, senza peraltro che ciò porti a chiarire i tanti punti che rimangono oscuri. C'è chi pensa che la problematicità del Salmo vada attribuita al fatto che un testo antico di investitura di un re sia stato rielaborato e adattato a una situazione nuova, "con inevitabile ricorso a forzature e incongruenze le cui tracce si possono scorgere facilmente nelle incertezze del testo in alcuni punti importanti del Salmo"[1].

Spiegazione

Prima strofa: il Messia intronizzato e vittorioso

L'origine da una cerimonia di intronizzazione spiega il versetto iniziale, che è una dichiarazione solenne:

« Oracolo del Signore al mio signore: "Siedi alla mia destra,
finché io ponga i tuoi nemici a sgabello dei tuoi piedi". »
(v. 1)

È Dio stesso ad intronizzare il re nella gloria, facendolo sedere alla sua destra, un segno di grandissimo onore e di assoluto privilegio. Il re è ammesso in tal modo a partecipare alla signoria divina, di cui è mediatore presso il popolo. Tale signoria del re si concretizza anche nella vittoria sugli avversari, che vengono posti ai suoi piedi da Dio stesso; la vittoria sui nemici è del Signore, ma il re ne è fatto partecipe e il suo trionfo diventa testimonianza e segno del potere divino.

La glorificazione regale espressa in questo inizio del Salmo è stata assunta dal Nuovo Testamento come profezia messianica; perciò il versetto è tra i più usati dagli autori del Nuovo Testamento, o come citazione esplicita o come allusione:

Per tutti il Nuovo Testamento il Signore intronizzato è il Cristo, il Figlio dell'uomo seduto alla destra di Dio che viene sulle nubi del cielo, come Gesù stesso si definisce durante il processo davanti al Sinedrio (cfr. Mt 26,63-64; Mc 14,61-62; cfr. anche Lc 22,66-69). È Lui il vero re che con la risurrezione è entrato nella gloria alla destra del Padre (cfr. Rm 8,34; Ef 2,5; Col 3,1; Eb 8,1; 12,2), fatto superiore agli angeli, seduto nei cieli al di sopra di ogni potenza e con ogni avversario ai suoi piedi, fino a che l'ultima nemica, la morte, sia da Lui definitivamente sconfitta (cfr. 1Cor 15,24-26; Ef 1,20-23; Eb 1,3-4.13; 2,5-8; 10,12-13; 1Pt 3,22).

Tra il re celebrato dal Salmo 110 e Dio esiste quindi una relazione inscindibile; i due governano insieme un unico governo, al punto che il Salmista può affermare che è Dio stesso a stendere lo scettro del sovrano dandogli il compito di dominare sui suoi avversari:

« Lo scettro del tuo potere stende il Signore da Sion:
domina in mezzo ai tuoi nemici! »
(v. 2)

L'esercizio del potere è un incarico che il re riceve direttamente dal Signore, una responsabilità che deve vivere nella dipendenza e nell'obbedienza, diventando così segno, all'interno del popolo, della presenza potente e provvidente di Dio. Il dominio sui nemici, la gloria e la vittoria sono doni ricevuti, che fanno del sovrano un mediatore del trionfo divino sul male[2].

Perciò, nel versetto seguente, si celebra la grandezza del re. Il v. 3, in realtà, presenta alcune difficoltà di interpretazione[3]. Nel testo originale ebraico si fa riferimento alla convocazione dell'esercito a cui il popolo risponde generosamente stringendosi attorno al suo sovrano nel giorno della sua incoronazione. La traduzione greca dei LXX (III-II secolo a.C., fa riferimento invece alla filiazione divina del re, alla sua nascita o generazione da parte del Signore; è questa l'interpretazione di tutta la tradizione della Chiesa, per cui il versetto suona nel modo seguente:

« A te il principato nel giorno della tua potenza
tra santi splendori;
dal seno dell'aurora, come rugiada, io ti ho generato. »
(v. 3)

Si afferma in questo modo una generazione divina soffusa di splendore e di mistero, un'origine segreta e imperscrutabile, legata alla bellezza arcana dell'aurora e alla meraviglia della rugiada che nella luce del primo mattino brilla sui campi e li rende fecondi. Si delinea così la figura del re che viene realmente da Dio, del Messia che porta al popolo la vita divina ed è mediatore di santità e di salvezza. Tutto questo non è realizzato da un re davidico, ma dal Signore Gesù Cristo, che realmente viene da Dio; Egli è la luce che porta la vita divina al mondo.

L'immagine dello sgabello è legata allo stile di corte derivato dalla pratica dell'antico oriente (cfr. Gs 10,24); mettere il piede sul collo del nemico era segno di completa vittoria.

Seconda strofa: il sacerdote eterno alla maniera di Melchisedek

La seconda strofa si apre con un altro oracolo che apre una nuova prospettiva, nella linea di una dimensione sacerdotale connessa alla regalità:

« Il Signore ha giurato e non si pente:
"Tu sei sacerdote per sempre al modo di Melchisedek". »
(v. 4)

Melchisedek era il sacerdote re di Salem che aveva benedetto Abramo e offerto pane e vino dopo la vittoriosa campagna militare condotta dal patriarca per salvare il nipote Lot dalle mani dei nemici che lo avevano catturato (cfr. Gen 14). Nella figura di Melchisedek convergono il potere regale e quello sacerdotale; nel Salmo 110 entrambi vengono proclamati dal Signore in una dichiarazione che promette eternità: il re celebrato dal Salmo sarà sacerdote per sempre, mediatore della presenza divina in mezzo al suo popolo, tramite della benedizione che viene da Dio.

La Lettera agli Ebrei fa esplicito riferimento a questo versetto (cfr. 5,5-6.10; 6,19-20), e su di esso incentra tutto il suo cap. 7, elaborando la sua riflessione sul sacerdozio di Cristo: Gesù è il vero e definitivo sacerdote, che porta a compimento i tratti del sacerdozio di Melchisedek rendendoli perfetti.

Melchisedek, spiega la Lettera agli Ebrei, era "senza padre, senza madre, senza genealogia" (7,3a), e quindi il suo sacerdozio non corrispondeva alle regole del sacerdozio levitico, di carattere ereditario. Egli perciò "rimane sacerdote per sempre" (7,3c), e in tal modo è prefigurazione di Cristo, sommo sacerdote perfetto che "non è diventato tale secondo una legge prescritta dagli uomini, ma per la potenza di una vita indistruttibile" (7,16). Questa profezia del Salmo 110 si compie nel Signore Gesù risorto e asceso al cielo, dove siede alla destra del Padre; in lui il sacerdozio di Melchisedek è portato a compimento, perché reso assoluto ed eterno, essendo divenuto una realtà che non conosce tramonto (cfr. 7,24).

Dopo questo oracolo la scena del Salmo cambia e l'autore, rivolgendosi direttamente al re, proclama: "Il Signore è alla tua destra!" (v. 5a). Se nel v. 1 era il re a sedersi alla destra di Dio in segno di sommo prestigio e di onore, ora è il Signore a collocarsi alla destra del re per proteggerlo con lo scudo nella battaglia e salvarlo da ogni pericolo. Il re è al sicuro, Dio è il suo difensore, e insieme combattono e vincono ogni male.

Parte finale

I versetti finali del Salmo si aprono con la visione del sovrano trionfante che, avendo ricevuto dal Signore potere e gloria (cfr. v. 2), si oppone ai nemici sbaragliando gli avversari e giudicando le nazioni:

« Egli abbatterà i re nel giorno della sua ira,
sarà giudice fra le genti,
ammucchierà cadaveri, abbatterà teste su vasta terra»
(v. 5b-6)

La scena è dipinta con tinte forti, a significare la drammaticità del combattimento e la pienezza della vittoria del re. Il sovrano, protetto dal Signore, abbatte ogni ostacolo e procede sicuro verso la vittoria.

Qui che si inserisce la suggestiva immagine con cui si conclude il Salmo, che è anche una parola enigmatica.

« Lungo il cammino si disseta al torrente,
perciò solleva alta la testa »
(v. 7)

Nel mezzo della descrizione della battaglia si staglia la figura del re che, in un momento di tregua e di riposo, si disseta ad un torrente d'acqua, trovando in esso ristoro e nuovo vigore, così da poter riprendere il suo cammino trionfante, a testa alta, in segno di definitiva vittoria. Tale parola dal carattere enigmatico fu una sfida per i Padri della Chiesa, e di fatto essi ne diedero diverse interpretazioni. Così, per esempio, sant'Agostino vede nel torrente l'essere umano, l'umanità, e Cristo ha bevuto da questo torrente facendosi uomo; così, entrando nell'umanità dell'essere umano, ha sollevato il suo capo e adesso è il capo del Corpo mistico, è il vincitore definitivo[4].

Nei Padri della Chiesa

I Padri hanno fatto continuo riferimento al Salmo 110 in chiave cristologica: il re cantato dal Salmo è, in definitiva, Cristo, il Messia che instaura il Regno di Dio e vince le potenze del mondo, è il Verbo generato dal Padre prima di ogni creatura, è il Figlio incarnato, morto e risorto e assiso nei cieli, il sacerdote eterno che, nel mistero del pane e del vino, dona la remissione dei peccati e la riconciliazione con Dio, il re che solleva la testa trionfando sulla morte con la sua risurrezione.

Dice in maniera efficace sant'Agostino in riferimento al Salmo 110:

« Era necessario conoscere l'unico Figlio di Dio, che stava per venire tra gli uomini, per assumere l'uomo e per divenire uomo attraverso la natura assunta: egli è morto, risorto, asceso al cielo, si è assiso alla destra del Padre ed ha adempiuto tra le genti quanto aveva promesso [..] Tutto questo, dunque, doveva essere profetizzato, doveva essere preannunciato, doveva essere segnalato come destinato a venire, perché, sopravvenendo improvviso, non facesse spavento, ma fosse preannunciato, piuttosto accettato con fede, gioia ed atteso. Nell'ambito di queste promesse rientra codesto Salmo, il quale profetizza, in termini tanto sicuri ed espliciti, il nostro Signore e Salvatore Gesù Cristo, che noi non possiamo minimamente dubitare che in esso sia realmente annunciato il Cristo. »
(Cfr. Enarratio in Psalmum CIX, 3: PL 36, 1447)

Ireneo scrive riguardo al v. 7:

« Dice il Salmo: "Berrà dal torrente nella via, perciò leverà la testa", per indicare l'esaltazione gloriosa della sua umanità dopo l'abiezione e l'ignominia »

I vari e numerosi commenti fatti al Salmo dai Padri della Chiesa ci rivelano come "la teologia della comunità primitiva sia satura di cultura veterotestamentaria. Possiamo anzi affermare che i primi Padri hanno pensato il "fatto" di Cristo secondo categorie veterotestamentarie"[6]

Nella liturgia della Chiesa

La Chiesa latina recita questo Salmo[7] come primo Salmo dei secondi Vespri delle domeniche e di quasi tutte le Solennità.

Pregando con questo Salmo essa chiede al Signore di poter procedere anch'essa sulle sue vie, nella sequela di lui, Cristo, il re Messia, disposta a salire con Lui sul monte della croce per giungere con Lui nella gloria, e contemplarlo assiso alla destra del Padre, re vittorioso e sacerdote misericordioso che dona perdono e salvezza a tutti gli uomini. I membri della Chiesa, resi, per grazia di Dio, "stirpe eletta, sacerdozio regale, nazione santa" (cfr. 1Pt 2,9), possono attingere con gioia alle sorgenti della salvezza (cfr. Is 12,3) e proclamare a tutto il mondo le meraviglie di Colui che li ha "chiamati dalle tenebre alla sua luce meravigliosa» (cfr. 1Pt 2,9).

Note
  1. 1,0 1,1 Angelo Lancellotti (1991) 434.
  2. Con un linguaggio moderno si può dire che Cristo domina sui nemici trasformandoli, vincendoli con il suo amore.
  3. Roland E. Murphy (1991) afferma che il Testo Masoretico è corrotto ed ogni traduzione è problematica. La Bibbia CEI, sia nella prima versione del 1971 che in quella rivista del 2008, a cui fa riferimento questa voce, segue la testimonianza delle versioni antiche che mettono in risalto la misteriosa nascita del re come figlio adottivo di Dio. Secondo la Bibbia di Gerusalemme (1974), il significato del Testo Masoretico è: "Il tuo popolo è generosità nel giorno della tua forza (vocalizzazione erronea), in onori sacri dal seno dell'aurora (parola incerta), a te la rugiada della tua giovinezza". Invece poi di "santi splendori" (lezione seguita da CEI 2008), 83 manoscritti, Girolamo e Simmaco leggono "sui monti sacri".
  4. Cfr. Enarratio in Psalmum CIX, 20: PL 36, 1462.
  5. Citato in Spirito Rinaudo (1987) 606.
  6. Jean Daniélou, Bibbia e liturgia, Milano 1966, p. 414.
  7. Nei libri liturgici questo Salmo ha il numero 109 perché la liturgia latina segue per i Salmi la numerazione della LXX.
Bibliografia
Voci correlate
Collegamenti esterni

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