Eremita

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Paolo Uccello, Storie di vita eremitica (Tebaide), 1460 ca., tempera su tela; Firenze, Galleria dell'Accademia
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Due amori fondarono due città: l'amore di sé fino al disprezzo di Dio fondò la città terrena; l'amore di Dio fino al disprezzo di sé fondò la città celeste. Perciò quella si gloria di se stessa, mentre questa si gloria nel Signore.
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(Sant'Agostino, La Città di Dio, 14,28)

L'eremita (dal greco erémités, da ἕρημος érēmos, solitario) è un asceta (=un battezzato allenato nelle virtù cristiane che conduce vita penitente e orante) e un mistico (ossìa un asceta che ha fatto e fa quotidiana esperienza personale diretta del mistero cristiano), il quale per volontà di Dio vive solo e appartato in un luogo chiamato éremo cioè deserto, per dedicarsi alla preghiera e alla penitenza o mortificazione, affinché molti ricevano la forza di aprire il cuore al Vangelo.

Sovente nella letteratura profana e nel linguaggio popolare il termine eremita è usato impropriamente per indicare chiunque viva in modo solitario, compreso il misantropo. Il fine di una vocazione eremitica invece, non può essere la solitudine: essa è solo un mezzo, a volte temporaneo, suggerito da Dio per conseguire scopi spirituali -specificati dal Magistero- utili a tutta la Chiesa. Un eremita non lascia il mondo per abbandonarlo, ma solo per trovare ciò che il mondo gli impediva di trovare.

Nella vera vocazione eremitica cattolica non vi è alcuna forma di fuga dalla prassi di comunione e istituzionale della Chiesa, ma anzi il carisma eremitico la serve umilmente, mostrando che l'essere deve prevalere sul fare. L'eremita dà la sua vita per cose che il mondo -e purtroppo un certo efficientismo cristiano- giudicano "inutili" (da un'espressione di Vittorio Messori e in Deus caritas est 37).

Origini e forme di eremitismo

La vita eremitica è testimoniata per la prima volta in Egitto, nel III secolo, e san Paolo di Tebe (morto attorno al 250) è il più antico eremita cristiano finora conosciuto. Sant'Antonio abate, uno dei suoi imitatori, eremita anche lui, attirò un grande numero di discepoli nel deserto dell'Alto Egitto: di qui gli eremiti si diffusero verso Oriente, in particolare in Palestina con sant'Ilarione di Gaza e in Cappadocia con san Gregorio Nazianzeno e san Basilio (IV secolo). Per la loro santità molti di questi eremiti meritarono il nome di Padri del deserto.

La vita eremitica si diffuse in Occidente con sant'Anastasio e san Girolamo. Già dal IV secolo troviamo eremiti in Africa e in Europa, soprattutto nella Gallia, nella Bretagna e nell'Irlanda.

Fu un eremita egiziano, san Pacomio morto attorno al 318, a iniziare la vita cenobitica nella quale, a differenza della vita eremitica, i monaci vivevano in comunità.

L'anacoreta cattolico non è un sinonimo di eremita, è un asceta innamorato di Cristo che persegue gli stessi scopi spirituali dell'eremita cattolico, ma pratica un più rigido allontanamento dal mondo, non si dà una regola scritta personale e spesso non si riferisce a un Istituto religioso.

Alcune forme estreme di penitenza eremitica nei primi secoli portarono con sé il rischio dell'isolamento spirituale, perciò a partire dal XII secolo furono costituiti Ordini religiosi di eremiti per ridurre tale pericolo. Il più noto di essi in Occidente è quello degli Eremitani di Sant'Agostino, fondati da Papa Alessandro IV nel 1256. Due figure affascinanti di eremiti meritano di essere ricordate: san Galgano Guidotti di Chiusdino (Siena), noto per la sua spada nella roccia di Monte Siepi, ex-cavaliere morto nel 1181, e santa Caterina da Siena, ascoltata da Papi e da Principi, eremita in casa propria nella Siena del Trecento, città che contava decine di eremiti urbani e tre Certose.

L'eremita nel Diritto canonico e nel Magistero

Dopo il Concilio Vaticano II centinaia di cattolici laici, reagendo a una crescente rilassatezza dei costumi sociali, hanno percepito una vocazione alla vita eremitica come avveniva in antico. Per accogliere tali preziose vocazioni, la Chiesa dall'anno 1983 ha riconosciuto giuridicamente la figura dell'eremita e dell'anacoreta, nel Codice di Diritto Canonico (CJC) con il seguente Canone 603 in due paragrafi:

  • §1. Oltre agli istituti di vita consacrata, la Chiesa riconosce la vita eremitica o anacoretica, con la quale i fedeli, in una più rigorosa separazione dal mondo, nel silenzio della solitudine, nella continua preghiera e penitenza, dedicano la propria vita alla lode di Dio e alla salvezza del mondo.
  • §2. L'eremita è riconosciuto dal diritto come dedicato a Dio nella vita consacrata, se con voto o con altro vincolo sacro, professa pubblicamente i tre consigli evangelici nelle mani del Vescovo diocesano e sotto la sua guida osserva la norma di vita che gli è propria.

Vi sono quindi due tipi di eremiti riconosciuti dalla Chiesa, a prescindere dal loro essere laici o chierici:

- quello non professo pubblicamente, che si può definire eremita "de facto ex-Can. 603 §1 CJC"; in questa posizione si può includere idealmente San Benedetto Giuseppe Labre. Val la pena ricordare che egli volle farsi monaco, ma venne allontanato per vari motivi da certosini, trappisti e cistercensi. A Chieri (TO) capì che la sua vocazione era di pellegrinare pregando nei santuari europei. Attraversò a questo fine Francia, Svizzera, Spagna e Italia, dormendo per strada coperto di piaghe e di pidocchi. Si stabilì infine a Roma sotto il 43° arco del Colosseo, passando le sue giornate in adorazione nelle chiese. Morì già in fama di santità a 35 anni nella bottega di un macellaio. Tutta Roma partecipò alle sue esequie. È raccomandabile che l'eremita ex §1, se è laico e non membro di Istituto Religioso, emetta i voti privati, cioè senza il rito di consacrazione ma in modo confidenziale nelle mani del vescovo o di un sacerdote, secolare o regolare, domiciliato nella diocesi; meglio se è anche il confessore ordinario e/o il direttore spirituale. I voti privati non producono effetti giuridici ma impegnano in coscienza a una particolare condizione spirituale e morale. In tal caso è un eremita con professione privata dei sacri vincoli. Questa posizione privata, anziché permanente può diventare transitoria e preparatoria per la seconda posizione canonica, quella consacrata pubblicamente (§2): dipende dal grado di conoscenza fiduciosa che il vescovo vuole avere del candidato alla professione; a volte dipende dal grado di accoglienza che un vescovo accorda a questa vocazione specialissima e poco compresa, come insegna San Labre.

- Il secondo tipo di eremita riconosciuto è l'eremita diocesano professo, con voti o altri sacri vincoli rinnovabili (promessa, santo proposito) emessi in pubblico nel rito liturgico di consacrazione;[1] egli si può definire eremita "de jure ex-Can. 603 §2 CJC" o con professione pubblica dei sacri vincoli. Tale duplice distinzione degli eremiti riconosciuti è confermata dal Catechismo romano al n° 920 e da insigni canonisti (ad es. Jean-Baptiste Beyer S.J.) perché lo Spirito Santo sceglie in piena libertà.

Successivamente infatti, il Catechismo della Chiesa Cattolica (in prosieguo abbreviato CCC) ha considerato gli eremiti ai n.ri 920-921:

  • n° 920: Senza professare sempre pubblicamente i tre consigli evangelici, gli eremiti, "in una più rigorosa separazione dal mondo, nel silenzio della solitudine e nell'assidua preghiera e nella penitenza, dedicano la propria vita alla lode di Dio e alla salvezza del mondo".
  • n° 921: Essi indicano a ogni uomo quell'aspetto interiore del mistero della Chiesa che è l'intimità personale con Cristo. Nascosta agli occhi degli uomini, la vita dell'eremita è predicazione silenziosa di colui al quale ha consegnato la sua vita, poiché egli è tutto per lui. È una chiamata particolare a trovare nel deserto, proprio nel combattimento spirituale, la gloria del Crocifisso.

Anche l'Esortazione apostolica Vita consecrata, 25 marzo 1996, di Papa Giovanni Paolo II, si occupa degli eremiti:

  • n° 7: [...] Una tale vita "nel deserto" è un invito per i propri simili e per la stessa comunità ecclesiale a non perdere mai di vista la suprema vocazione, che è di stare sempre con il Signore.
  • n° 42: [...] Gli eremiti, nella profondità della loro solitudine, non solo non si sottraggono alla comunione ecclesiale, ma la servono con il loro specifico carisma contemplativo.

Giustamente il Magistero non menziona l'eremo. Vi sono sempre stati eremiti sia nelle campagne, che sui monti, che nelle città: l'eremo infatti, prima che un luogo geografico, è una condizione interiore. Il suo requisito sostanziale consiste nello stato del cuore in appartata quiete, umile e adorante, anche nei momenti di ricreazione; non consiste in un luogo disabitato e impervio, circostanza accidentale e suggestiva ma non costitutiva. Il deserto o eremo è qualunque luogo di silenzio e nascondimento che venga scelto per impegnarvi in solitudine il combattimento spirituale annunciato in Ef 6,10-18; Gal 5,16-25; Gc 1,12; 1Gv 2,15-17. Lì si eleva un fronte di resistenza a ciò che è "carnale", cioè egotistico: alla vanagloria, all'utilitarismo, al pregiudizio.


La vita sia ascetica che mistica è proposta dalla Chiesa a tutti i battezzati. L'eremita però le pratica in modo incessante e approfondito; per questo motivo il Magistero ordinario sopra riportato, specifica le cinque pratiche ascetiche che definiscono l'eremita cattolico riconosciuto, indipendentemente dalla sua posizione canonica:

  1. profondità di silenzio nel nascondimento: carisma con efficacia pari alla predicazione (Catechismo 921) che Vita consecrata definisce "invito per la comunità ecclesiale alla suprema vocazione";
  2. la preghiera incessante, sulla quale ci sono esortazioni nella Parola di Dio: Lc 18,1; 1Ts 5,17-18; Ef 6,18; e nel CCC ai n.ri 2613,2635-2636,2641,2687,2689,2709-2719,2726,2742-2743;
  3. una vita di penitenza e di mortificazione, in modi esposti nella Norma di vita propria; vedasi CCC ai n.ri 1430-1437 e 2015;
  4. il tenace combattimento spirituale nel perfezionamento delle virtù cristiane (nel CCC ai n.ri 825, 1426, 1831-1832, 2516, 2725, 2847-2848) non come fine in sé ma come mezzo di unione a Dio;
  5. l'intimità personale con Cristo, al quale ha consegnato la vita "poiché Egli è tutto per lui" (è la dimensione esperienziale in Dio, mistica e sacramentale; nel CCC al n° 2014).

Per la cattolicità della vocazione va sottintesa la comunione col vescovo (o col suo delegato) che ha il diritto-dovere sia di prevenire e correggere abusi, sia di aiutare l'eremita, anche laico non professo, nella sua specialissima vocazione (Cann. 385 e 387 CJC). Queste pratiche ascetiche fanno, di una vita genericamente solitaria e orante, uno strumento riconosciuto di santità nella Chiesa, una partecipazione al suo fine apostolico e una icona della fede in obbedienza al Magistero. Mancando una di queste pratiche ascetiche dunque, viene a mancare non una vaga attitudine spirituale alla vita eremitica, bensì mancherebbe la sua completa ecclesialità.

Tutto il resto non è ritenuto fondamentale ma accessorio.[2]

Questo carattere di ascesi, che è un esercizio eroico delle virtù, in passato è stato vissuto in modi molto personalizzati e a volte saltuari dagli asceti del mondo cristiano. È mai esistita storicamente un'unica regola penitenziale per tutti, ma ogni eremita deve trovare la propria, nella convinzione che è Dio a chiedergli certe pratiche individualizzate di nascondimento e non altre, in modo da non presumere pericolosamente delle proprie forze psichiche. Nemmeno fra la ricca molteplicità delle preghiere cattoliche, si può imporne una come "formattazione" univoca di stampo claustrale-comunitario a un eremita che non è appartenuto a un Istituto religioso: a tal riguardo l'eremita cattolico deve offrire la sola garanzia -a protezione propria e altrui- di seguire fedelmente l'ortodossìa della Orationis Formas, Lettera ai Vescovi della Chiesa Cattolica, datata 15 ottobre 1989, del card. Joseph Ratzinger Prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede (vedasi il Collegamento Esterno in calce). La discrezione, ossìa il discernimento tra le possibili scelte ascetiche e le loro applicazioni, secondo i santi e i dottori della Chiesa è la chiave del profitto spirituale.


Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi la voce Eremita diocesano.

Istituti Religiosi di vita semi-eremitica

Papa Celestino V, eremita, fu il maggiore edificatore di eremi in Italia, soprattutto tra le montagne della Majella; tali eremi erano dipendenti dall'ordine celestiniano, di cui egli fu il fondatore.

Diversi Ordini religiosi presero origine da esperienze eremitiche: i Carmelitani, i Servi di Maria, gli Olivetani, l'Ordine dei Minimi di san Francesco di Paola, i Cappuccini, che col passar del tempo si trasformarono in cenobitiche. San Francesco d'Assisi trascorse lunghi periodi in solitudine e scrisse De religiosa habitatione in heremo, una regola per alcuni suoi confratelli che si sentivano chiamati alla vita eremitica. I Certosini e i Camaldolesi ancor oggi uniscono la vita cenobitica, cioè in comunità, a quella eremitica in solitudine personale; i loro monasteri infatti sono un insieme di piccoli eremi individuali. Così è pure dei religiosi ortodossi nella penisola del Monte Athos, patria dell'esicasmo, in Grecia.

Alcuni Ordini religiosi cenobitici di vita contemplativa, ad esempio i Trappisti (che sono dei cistercensi riformati) prevedono nelle loro Costituzioni religiose le vocazioni alla vita eremitica. Quando un loro monaco o monaca ha raggiunto un certo grado riconosciuto di maturità all'interno della comunità cenobitica, può proseguire la vita monastica con uno stile eremitico, dopo il consenso del responsabile della sua comunità. Allora quel monaco si ritira in un alloggiamento separato già appositamente predisposto e non varia la sua posizione canonica. Charles de Foucauld (†1916) e Thomas Merton (†1968) furono celebri trappisti che sperimentarono la vita eremitica.

Eremitismo pre-cristiano

La scelta di solitudine e penitenza che caratterizza la vita eremitica non è esclusiva del cristianesimo, ma nasce in India e poi fra gli israeliti (i profeti Elia e Giovanni Battista). L'India ha conosciuto fin dall'antichità forme di vita solitaria e penitente, paragonabili a certi aspetti della vita eremitica nota al mondo semitico, forme legate all'Induismo, al Taoismo e al Buddismo (VI secolo a.C. e seguenti).

Note
  1. Il rito di consacrazione eremitica può avvenire in modo solenne con annuncio mediatico e concorso di popolo, oppure in modo appartato (apotattico) in un oratorio con pochi invitati. Alcuni eremiti trovano quest'ultimo modo più appropriato alla loro vita di nascondimento.
  2. Un approfondimento del Magistero su ciò che è fondamentale: l'eremita, come il monaco cattolico orientale, "Nell'intento di trasfigurare il mondo e la vita... privilegia la conversione, la rinuncia a se stessi e la compunzione del cuore, la ricerca dell'esichìa, cioè della pace interiore e la preghiera incessante, il digiuno e le veglie, il combattimento spirituale e il silenzio, la gioia pasquale per la presenza del Signore e per l'attesa della sua venuta definitiva..." (Vita consecrata 6). "...testimoniano tali meraviglie con il linguaggio eloquente di un'esistenza trasfigurata, capace di sorprendere il mondo" (Vita consecrata 20). I Padri del deserto avvertivano che, come in ogni settore della vita, così anche in questo si possono rivelare qua e là incoerenze, discordanze e contro-testimonianze, ancorché involontarie e inconsapevoli. Intendevano per tali le imitazioni di atteggiamenti devozionali senza amare e praticare le vere virtù eremitiche. Esse sono: la vita ascetica e mistica nella circoncisione del cuore, cioè nel nascondimento e nel silenzio; l'umiltà dell'ultimo posto (tapeínōsis) senza calcolo o progetti di lucro; il distacco o xénōsis da tutte le illusioni (Sir 4,27-28; Evangelii Nuntiandi 48=C.C.C. n°1676 nota 13) e dalle agitazioni care al secolo (tachyoyrgía); l'intima letizia in ogni situazione con cuore adulto, cioè con sapienza evangelica, con discernimento degli spiriti e con buona salute mentale; la pratica delle opere di misericordia spirituale con tale zelo per la santificazione dei fedeli da uscire dall'eremo a questo scopo; la comunione con i sacri pastori.
    I Padri non erano teneri verso i solitari che invece indulgevano a: incontentabilità e raffinatezze, a vanagloria notorietà e ostentazione di sé, a dar importanza a ciò che si dice di loro, a un'indole petulante, a faziosità e pregiudizi, a difficoltà nel perdono, a preferire la lettera allo spirito.
Fonti
Bibliografia
Voci correlate
Collegamenti esterni


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Il contenuto di questa voce è stato firmato il giorno 3 marzo 2017 da Pierluigi Calabrese, laureato in lettere (Critica testuale), dottore di ricerca in esegesi, eremita dal 2000.

Il firmatario ne garantisce la correttezza, la scientificità, l'equilibrio delle sue parti.

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