Eremita diocesano

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Ci sono due monete, una di Dio e l'altra del mondo e ognuna di esse ha la sua impronta coniata
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(Sant'Ignazio di Antiochia, Epistola ai Magnesii 5,2)

L'eremita diocesano è un eremita (vedi Voce) di fatto, chierico o laico, che a un certo punto ha voluto e potuto emettere la professione pubblica dei tre consigli evangelici ordinari nelle mani del suo vescovo diocesano. Egli vive in una relazione di dialogo e di fiducia con il vescovo (o con il suo delegato), che è per lui la guida di riferimento nell'esercizio dei diritti e dei doveri del suo stato di vita. In questo modo l'eremita diocesano vive il suo carisma ascetico per esplicito mandato del vescovo.

Ha scritto mons. Domenico Sorrentino vescovo di Assisi:

« Il carisma non è una meteora che interessa tangenzialmente la vita della Chiesa particolare: è un evento ecclesiale che la coinvolge... Esso è una "parola" detta da Dio anche alla Chiesa a cui il carismatico appartiene, come, a un altro livello, alla Chiesa universale. Esso entra nella gratia loci, intendendo con questa espressione quel corredo di grazie speciali che la Chiesa particolare... ha ricevuto e che costituisce il suo patrimonio spirituale. »
(Domenico Sorrentino, Vita consacrata e Chiesa particolare. Teologia ed esperienza, Cittadella Editrice, Assisi 2015, p. 15.)

L'ecclesialità dello stato di vita dell'eremita diocesano è formulata dal Codice di Diritto Canonico (CJC) nel Canone 603 §2, dal Catechismo della Chiesa Cattolica al n° 921 e dalla Esortazione Apostolica Vita consecrata ai n.ri 7 e 47; il tutto descritto nella Voce Eremita.

La Norma di vita di un eremita diocesano

L'eremita diocesano professo conduce una vita penitente e contemplativa nell'incessante preghiera, secondo una Norma di vita (o Regola) scritta, che egli stesso si è forgiato spontaneamente nel corso degli anni, come frutto delle proprie esperienze ascetiche, delle ispirazioni divine e dei suggerimenti del direttore spirituale o di confratelli eremiti con i quali si mantiene in contatto.

Per indole e per Tradizione, un eremita di fatto o di voti privati non insegue ansiosamente il riconoscimento pubblico del proprio stato di vita; ha eliminato le progettazioni. Egli lascia le ratificazioni canoniche al grado di sollecitudine apostolica dei sacri pastori che lo conoscono. La chiamata che lo ha spinto al di là dei paradigmi di questo mondo, lo custodisce nell'abbassamento kenotico come un fertile concime nel giardino della Chiesa (Lc 17,10; Gal 6,3). Viene però un giorno non cercato nel quale la sua guida spirituale, il suo parroco o altri sacerdoti, gli consigliano di informare personalmente il vescovo sulla propria scelta di vita, se si protrae da qualche anno, in modo da offrire alla Chiesa l'occasione di esercitare il diritto che essa ha di esaminare le sacre Vocazioni, anche alla luce delle pregresse esperienze spirituali, affettive, psicologiche e di vita parrocchiale e diocesana del vocato.

È a questo fine che il vescovo chiede, a un eremita che desidera professare pubblicamente i consigli evangelici nelle sue mani, la presentazione di una Norma di vita scritta, composta liberamente sulla base della sensibilità e dell'esperienza ascetico-mistica personale. L'eremita che non chiede di emettere la professione pubblica non ha l'obbligo di produrre una Norma di vita scritta. Un candidato laico alla professione eremitica pubblica, può inserire nella Norma di vita la dichiarazione che provvederà alle proprie necessità senza questuare sussidi ecclesiastici, nemmeno riferiti a previdenza e ad assicurazioni sociali, e che non avanzerà pretese d'uso di beni mobili o immobili non suoi.

Nella Norma vanno definiti concretamente gli impegni che si vogliono assumere nell'àmbito delle cinque pratiche ascetico-eremitiche indicate dal Magistero e descritte nella Voce Eremita. In particolare vanno precisate le tipicità personali nel vivere i consigli evangelici e il loro oggetto proprio, in attinenza alla formula dei sacri vincoli che è stata scelta (voto, promessa o santo proposito).


Una Norma di vita eremitica deve tenere presenti almeno quattro criteri generali:

  • quello ovvio della conformità alla spiritualità e alla missione della Chiesa Cattolica;
  • quello della specificità: che non sia una regola nata per la vita religiosa comunitaria e poi adattata alla vita eremitica; può però recare l'impronta di un Istituto religioso;
  • quello dell'attualità, intesa come attualizzazione della millenaria tradizione eremitica, per conferirle giovinezza di spirito nelle condizioni dei tempi moderni;
  • quello dell'efficacia testimoniale dei propositi e dei metodi descritti, in modo che l'eremita sia un segno ecclesiale ben leggibile dal popolo di Dio.

Questi quattro criteri trovano il loro collante nella valutazione periodica degli effetti ottenuti e dell'affidabilità personale raggiunta. Una Norma di vita eremitica va scritta dopo le esperienze personali principali e non prima, e va revisionata periodicamente. Tale Norma di vita, se vuole avere effetto canonico, dev'essere approvata dal vescovo per iscritto. Dato che non è la consacrazione a creare l'eremita, il vescovo dovrebbe verificare a lungo e pazientemente tre condizioni che distinguono l'autentica chiamata di Dio nel carisma eremitico: a) la maturità affettiva e di giudizio nel discernimento profetico degli spiriti; b) l'umile esercizio di tutte le virtù evangeliche ed eremitiche (citate in nota 2 della Voce Eremita); c) il santo abbandono in Dio e l'anteposizione del vero bene altrui al proprio.

Una consacrazione eremitica sottrae quel fedele all'uso profano per riservarlo a Dio in modo esclusivo; Gesù si allontanava dalla folla (Gv 5,13). Nello stesso tempo il nascondimento dell'eremita deve avere il carattere didattico comune a tutte le vocazioni alla vita consacrata, così da testimoniare "...in modo splendido e singolare che il mondo non può essere trasfigurato e offerto a Dio senza lo spirito delle Beatitudini" (Lumen Gentium 31). Con la professione pubblica nella vita eremitica il fedele, senza che muti il suo stato precedente laicale o sacerdotale, è incorporato non in un Ordine religioso, ma in una forma di vita consacrata, quale è la vita eremitica collocata dal CJC nella Parte III, Sezione I, Titolo I.[1] Tale incorporazione ammette l'uso di un abito di penitenza o saio come segno profetico della consacrazione, anche per il laico, se previsto nella Norma di vita approvata per iscritto dal vescovo e indossato nel rito di consacrazione. Un abito di penitenza ricorda all'eremita e a chi lo avvicina gli impegni assunti davanti a Dio, ciò giova all'evangelizzazione, inoltre è un segno che ai fedeli piace vedere.

L'eremita professo pratica ben più di un sacro ritiro ogni anno: a volte sotto forma di esercizi spirituali eterodiretti, altre volte in modo autogestito in solitudine penitenziale e mistagogica. Quando è possibile, è utile che i luoghi dei ritiri o deserti siano isolati e fuori della sua diocesi. L'ideale sarebbe che si raggiungessero i quaranta giorni come somma dei ritiri in un anno, in memoria dei 40 giorni preparatori trascorsi nel deserto dal profeta Elia e da Gesù. Ogni volta l'eremita ha l'accortezza di informare il proprio vescovo sul luogo preciso del ritiro. Può accadere che nei luoghi di ritiro qualche sacerdote chieda all'eremita una piccola collaborazione pastorale; a suggerire la risposta da dare, sarà, di volta in volta, un'ispirazione ricevuta da Dio nella preghiera.


Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi la voce Eremita.

L'apostolato dell'eremita diocesano

L'essenza della vocazione eremitica non consiste nella continua collaborazione all'azione pastorale attiva: consiste nel combattimento "nel deserto" in un respiro contemplativo, esercitando l'apostolato della preghiera e della penitenza, con fastidio verso l'effimero e il superfluo. Questa grazia quindi, "...di una più rigorosa (artiore) separazione dal mondo..." (Can.603 CJC), va rispettata al pari di quella dei membri degli Istituti interamente dediti alla contemplazione, i quali "...per quanto urgente sia la necessità dell'apostolato attivo...non possono essere chiamati a prestare l'aiuto della loro opera nei diversi ministeri pastorali" (Can.674 CJC). Se non è l'eremita a offrirsi spontaneamente e con precisi confini esposti nella sua Norma di vita, gli si può chiedere di uscire dall'eremo solo adottando la stessa cautela che si userebbe nel chiedere di uscire dal monastero a un certosino o a una monaca di clausura.

Per converso, un eremita diocesano non è un anacoreta recluso, non è un 'hikikomori', perciò egli stesso non vuole assolutizzare la solitudine, non vuole porre condizioni difensive allo Spirito Santo, ma accetta di vivere la vita di Nazareth a imitazione di Cristo, di proclamare la Parola di Dio nell'assemblea (Lc 4,16-17) e di lavare i piedi agli amici (Gv 13,4-15), rimanendo aperto alle imprevedibilità dello Spirito dovunque decida di condurlo per compiere un'opera di misericordia. L'astensione da una carità necessaria e richiesta, non potrebbe risultare spiritualmente fruttuosa se diventasse per altri una frustrazione irrimediabile; ogni ascesi sostitutiva di un incontro, appare ipocrisia farisaica quando l'assenza nuoce al prossimo.

Se l'eremita laico non fosse ancora dotato di una formazione dottrinale certificata, essa gli può venir chiesta dal vescovo. L'eremita, non dovendo accedere all'ordine sacro o all'insegnamento scolastico della religione, ritiene congruo un piano triennale di studi in uno Studio Teologico diocesano o in un Istituto Superiore di Scienze Religiose o in una Casa Religiosa di formazione, anche come semplice uditore con attestato di frequenza.[2] È essenziale però che il quotidiano stupore mistico dell'eremita non venga offuscato dalla preoccupazione di mostrare garanzie. Un aspirante dotto in teologia che non vivesse le virtù eremitiche, farebbe un pessimo servizio alla Chiesa in quanto segno illeggibile (v. nota 2 nella Voce Eremita). Il vero eremita ha intelletto non erudito ma sapienziale, ha parola verticale e occhio profetico e percepisce l'invisibile nel visibile. Il suo vero esame finale, sa rispondere alla domanda di Cristo:

« Potete bere il calice che io bevo o essere battezzati nel battesimo in cui io sono battezzato? »

In più: "Coltivata tra persone del medesimo sesso o di sesso diverso, l'amicizia costituisce un gran bene per tutti. Conduce alla comunione spirituale." (Catechismo della Chiesa Cattolica n. 2347). L'allontanarsi dal mondo infatti, vale nella Chiesa solo nella misura in cui questa condizione dilata il cuore nella carità (1Cor 13,2-7) e il frutto dell'amore è il servizio. In modalità convenienti alla sua vocazione, anche un eremita professo laico, se anziano e preparato, può essere invitato da alcuni fedeli all'ascolto e all'accompagnamento spirituale in gruppi di preghiera o in associazioni di diritto pontificio di cui facesse parte, ripercorrendo così una santa e celebre tradizione del deserto. Per questo non fa bene a un eremita diocesano che intercede nella preghiera, ignorare quanto accade nella sua diocesi, nella sua nazione e nel mondo (Cfr. Vita consecrata 39, Esortazione apostolica di Giovanni Paolo II).

In ogni caso del resto -come ogni eremita sa- presto o tardi il suo volto diventa pubblico e il contemplativo si scopre contemplato dai curiosi, che vogliono vedere se anche in una piatta realtà sensibile, lui sappia conservare la gioia del Tabor (gioia: Gv 15,11; Fil 4,4).

L'eremita diocesano urbano o di città

L'eremita laico (secolare) è unico arbitro sulla scelta del proprio domicilio o eremo, perché Dio stesso l'ha deciso per lui. Un esempio agiografico celebre è quello di Santa Caterina da Siena, grande penitente e mistica fin dall'infanzia, eremita di città in casa propria e Terziaria domenicana.

È eremita urbano l'eremita che elegge il proprio eremo in una città, grande o piccola, a volte in un appartamento che fu la casa paterna. La città è un luogo vero della solitudine moderna e del combattimento contro i nuovi demòni. In essa gli eremiti percorrono la via che San Giovanni Climaco eremita e abate, e altri padri della Chiesa chiamarono Regale (Basiliké Odos) ossìa un'alternanza fra il continuo nascondimento orante e qualche agevole uscita caritatevole verso i concittadini. Si tratta di un tipo di eremiti convinti che il sale e il lievito vadano messi ben dentro la pasta e non accanto ad essa, che una lampada vada ogni tanto posta sul tavolo e non sotto (Mt 5,13-16; 13,33); quindi nel tessuto della vita diocesana, proprio nei quartieri del popolo di Dio. In tal modo questi asceti superano lo stereotipo profano dell'eremita inteso come uno strano misantropo o come un raro aneddoto di santità inimitabile in cima a un monte, del quale sa qualcosa solo chi è andato faticosamente a scovarlo. Questa scelta, ponderata con il direttore spirituale e con altri eremiti, dev'essere descritta nella Norma di vita insieme ai suoi effetti nella quotidianità ecclesiale e penitenziale.

Può sembrare che in una città non si goda un perfetto silenzio esteriore ma, così come per l'eremo rurale, il silenzio vero è nel cuore; può sembrare che ci siano troppe distrazioni dannose alla contemplazione, ma il pericolo non sta nelle tentazioni, che anzi un eremita aspetta per combattere il maligno, ma sta nella volontà che consente o rifiuta; in città manca l'immersione in un idillico ambiente agreste, il quale però non è appropriato o conveniente a tutti. A un eremita è adatto solo il luogo che il Signore preferisce per lui, suggerito da molti segnali e indizi. Se la chiamata di Dio è per la condizione urbana, sarà accompagnata dalla grazia santificante necessaria. Questa preziosa testimonianza urbana ricorda che il silenzio occorre alla vita interiore di tutti, specialmente in una città, e che in essa l'eremita dimostra la provvisorietà del tempo presente, in modo facilmente visibile e silenziosamente provocatorio.

Gli eremiti urbani, sempre esistiti ma in grande crescita nei tempi moderni, abbracciano con determinazione le mortificazioni legate alla loro vocazione, sia prevedibili che imprevedibili. Essi, stabilendo il loro eremo in città, si sottopongono a una faticosa formazione penitenziale e sulle virtù cristiane, impartita casualmente da quei cittadini che si mostrano ostili alla fede o allo stile ascetico di vita. Essi infatti inducono gli eremiti di città a guardare in faccia la loro vera inclinazione, l'umiltà o l'orgoglio, a dare un nome a cosa si muove davvero nel loro cuore e a collaudare così il loro cammino ascetico, in modo più efficace di quanto oserebbe fare un severo anacoreta o un inflessibile superiore religioso. Il Padre del deserto Abba Zosima, uno dei maestri di San Doroteo di Gaza, soleva dire:

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Chi ha offerto a santo Stefano la sua gloria, se non quelli che l'hanno lapidato?...così si può guadagnare da tali maldicenti quanto abbiamo perduto a causa di quelli che ci lodano.
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Alle persone consacrate è chiesto di offrire la loro testimonianza con la franchezza del profeta, che non teme di rischiare anche la vita.
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(Vita consecrata 85-86)

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Note
  1. Un eremita laico può essere già professo in un Istituto religioso e non dimesso, in tal caso il suo superiore diretto rimane quello dell'Istituto. Per un eremita religioso sacerdote devono intercorrere accordi tra il suo Istituto e il vescovo diocesano riguardo all'incardinazione. L'eremita diocesano laico può appartenere a una Associazione di fedeli (Terz'Ordine o Aggregazione laicale): allora vi è una dipendenza dai responsabili dell'Associazione secondo lo Statuto o la Regola propria ma, dato che un'Associazione non conferisce l'incorporazione a un Istituto come nello stato religioso, l'impegno preminente è sempre quello con il vescovo della Chiesa particolare nella quale l'eremita elegge il proprio domicilio.
  2. Uditore è uno studente che ha concordato di non sostenere esami nelle discipline che segue, rinunciando a ottenere il grado accademico connesso a quegli studi. L'attestato finale di frequenza alle lezioni però, dovrebbe essere subordinato all'acquisto (non prestito) dei libri di testo consigliati dai docenti, anche in copie usate o di edizioni non aggiornate, affinché rimangano retaggio culturale disponibile dell'ex-alunno.
    Come curiosità si cita uno dei suggerimenti che furono ventilati sulla ratio institutionis (non solo studiorum) degli aspiranti eremiti laici, gli insegnamenti in un corso di studi triennale: Sacra Scrittura (Teologia biblica, triennale); Teologia dogmatica (triennale: Cristologia; Mariologia; Escatologia); Teologia Morale (triennale: generale; verso Dio; verso il prossimo); Teologia Spirituale (biennale: Ascetica e Mistica); Agiografia (biennale); Antropologia filosofica; Apologetica; Storia moderna della Chiesa; Patrologia (del deserto e pre-monastica); Angelologia-demonologia e Psicopatologia. Dunque per un eremita laico fu ritenuta limitativa e intellettualistica la Licenza in Teologia Spirituale, nata in àmbito cenobitico e non eremitico.
Bibliografia
Voci correlate
Collegamenti esterni
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Il contenuto di questa voce è stato firmato il giorno 3 marzo 2017 da Pierluigi Calabrese, laureato in lettere (Critica testuale), dottore di ricerca in esegesi, eremita dal 2000.

Il firmatario ne garantisce la correttezza, la scientificità, l'equilibrio delle sue parti.

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