Discesa di Gesù agli inferi

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Le frequenti affermazioni del Nuovo Testamento secondo le quali Gesù "è risuscitato dai morti" (1Cor 15,20; cfr. At 3,15; Rm 8,11) presuppongono che, preliminarmente alla risurrezione, egli abbia dimorato nel soggiorno dei morti (cfr. Eb 13,20). È il senso primo che la predicazione apostolica ha dato alla discesa di Gesù agli inferi: Gesù ha conosciuto la morte come tutti gli uomini e li ha raggiunti con la sua anima nella dimora dei morti. Ma egli vi è disceso come Salvatore, proclamando la Buona Novella agli spiriti che vi si trovavano prigionieri (cfr. 1Pt 3,18-19).
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La discesa di Gesù agli Inferi è un articolo della fede cattolica, affermato nel Simbolo Apostolico: Gesù

« patì sotto Ponzio Pilato, fu crocifisso, morì e fu sepolto; discese agli inferi; il terzo giorno risuscitò da morte. »

L'espressione indica la solidarietà profonda con cui Cristo volle unirsi, attraverso il sacrificio della croce, al destino di morte comune a tutti gli uomini, e l'estensione dell'opera della salvezza a tutte le generazioni passate e future.

Gli inferi non sono l'Inferno[1], che è la condizione definitiva del peccatore, segnata dalla sofferenza, ma indicano quello che l'Antico Testamento palesa come il soggiorno dei morti, in ebraico sheol, in greco hádes (cfr. At 2,31).

Nel Nuovo Testamento

Sono pochi i passi nei quali il Nuovo Testamento parla dell'argomento, e "sono di così difficile interpretazione da poter essere facilmente volti nelle direzioni più diverse"[2].

Nei Vangeli

Gesù si era riferito alla sua discesa nella morte quando, riferendosi al profeta Giona, aveva detto: "Come infatti Giona rimase tre giorni e tre notti nel ventre del pesce, così il Figlio dell'Uomo resterà tre giorni e tre notti nel cuore della terra" (Mt 12,40).

Nella crocifissione Gesù lancia il grido "Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?" (Mc 15,34; cfr. Sal 21[20],2), che fa percepire l'abisso di solitudine e di sofferenza, interiore, psicologica, oltre che fisica, che Gesù ha voluto vivere nella sua passione. Il Salmo 21 è la frase iniziale di una preghiera d'Israele, "nella quale si riassumono in maniera toccante l'afflizione e la speranza di questo Popolo, eletto da Dio ed ora apparentemente da lui abbandonato nel modo più desolante. Tale preghiera, sgorgante dalla più profonda afflizione della tenebra in cui Dio s'è avvolto, termina però con un inno alla grandezza di Dio"[3].

Nella predicazione apostolica

Del fatto fisico della morte e sepoltura di Gesù viene data dalla Chiesa apostolica la lettura teologica che ne precisa il senso per la salvezza dell'umanità.

Anzitutto Cristo ha voluto condividere l'esperienza degli inferi propria di tutta l'umanità.

  • Per Paolo Cristo con la sua morte è sceso nell'abisso (cfr. Rm 10,7), da cui è risalito nella risurrezione.
  • Si riferisce alla stessa discesa anche in un altro passo (Ef 4,8-10), dove afferma che Cristo era "disceso nelle parti inferiori della terra".
  • Nel discorso di Pentecoste, Pietro parla della risurrezione di Cristo citando il Salmi 16[15]: afferma così che Davide, profeticamente ispirato, "previde la risurrezione di Cristo e ne parlò: questi non fu abbandonato negli inferi, né la sua carne vide corruzione" (At 2,31).

Il linguaggio duale di carne-spirito viene usato in 1Pt 3,18 per riferirsi al mistero della morte-risurrezione di Cristo: "Messo a morte nella carne, ma reso vivo nello spirito". La carne parla di una condizione di fragilità e di impotenza che Gesù ha voluto assumere e vivere. E subito aggiunge: "In spirito (Cristo) andò ad annunziare la salvezza anche agli spiriti che attendevano in prigione" (1Pt 3,19). La Chiesa legge in queste parole una rappresentazione metaforica dell'estensione della presenza del Cristo crocifisso anche a coloro che erano morti prima di lui. La discesa agli inferi è quindi compimento dell'opera della salvezza. L'opera redentrice raggiunge tutti gli uomini, di tutti i tempi e di tutti i luoghi, anche coloro che nella "pienezza dei tempi" (Ef 1,10; Eb 9,26; cfr. Gal 4,4) giacevano già nel "regno dei morti".

L'Apostolo Pietro ricorda che da Cristo verranno giudicati "i vivi e i morti" (1Pt 4,5). Infatti

« è stata annunziata la buona novella anche ai morti, perché pur avendo subito, perdendo la vita del corpo, la condanna comune a tutti gli uomini, vivano secondo Dio nello spirito. »

La parola del Vangelo e la forza della croce di Gesù raggiungono tutti, anche quelli appartenenti alle generazioni passate più lontane.

L'Apocalisse testimonia che Cristo, scendendo nel mistero della morte, è diventato Signore anche della morte:

« Io ero morto, ma ora vivo per sempre e ho potere sopra la morte e sopra gli inferi. »

Nella Tradizione della Chiesa

Nella tradizione patristica Cristo discende agli inferi per liberare i giusti che attendevano il Salvatore.

Secondo il Vangelo apocrifo di Nicodemo[4] Gesù infrange le porte sbarrate degli inferi per liberare i Patriarchi, i profeti e gli altri personaggi dell'Antico Testamento, come Adamo, suo figlio Set, Mosè, Davide, Isaia.

In questo e altri scritti simili molti altri personaggi dei Vangeli sono oggetto della liberazione operata da Cristo nella sua discesa agli inferi. Sono ricordati dagli scritti anche l'anziano sacerdote Simeone, il buon ladrone (chiamato Disma) e lo stesso Giovanni Battista.

La discesa di Gesù agli inferi rappresenta uno degli articoli di fede del Simbolo Apostolico.

Ritroviamo poi l'affermazione della discesa agli inferi in una professione di fede del IV secolo, il cosiddetto Simbolo di Aquileia[5], ed è espressa nuovamente da Concilio Lateranense IV e dal secondo Concilio di Lione, nonché dalla professione di fede di Michele Paleologo (1274).

La Leggenda Aurea redatta dal domenicano Jacopo da Varagine alla fine del XIII secolo è il testo di riferimento per la fortuna di questa immagine.

In Oriente

Nei testi liturgici

La tradizione Orientale rappresenta la Pasqua di risurrezione soprattutto attraverso il tema della discesa di Cristo agli inferi: è il cuore del messaggio pasquale in molte liturgie, come testimoniato da tutta una serie di testi e ripreso dagli elementi delle icone.

  • Cristo "discese agli inferi per estrarre vittorioso l'uomo decaduto per l'antica colpa e fatto schiavo del regno del peccato, e per spezzare con mano potente le serrature delle porte e aprire a quanti l'avrebbero seguito la gloria della risurrezione" (Liturgia Mozarabica).
  • "Colui che disse ad Adamo 'Dove sei?' si è volontariamente rivestito di un corpo di carne; è salito sulla croce perché l'ha voluto, per cercare colui che era perduto; è sceso agli inferi dietro a lui e l'ha trovato. L'ha chiamato e gli ha detto: 'Vieni dunque, o mia immagine e mia somiglianza. Ecco io sono sceso dietro a te per ricondurti alla tua eredità'" (Efrem il Siro, Inno per la II domenica di Pasqua).
  • "Sei disceso sulla terra per salvare Adamo e, non avendolo trovato sulla terra, o Signore, sei andato a cercarlo fino agli inferi" (Liturgia bizantina, mattutino del Sabato Santo).
  • "Oggi il sole di giustizia si è manifestato non dal cielo, ma dagli inferi. Infatti un qualcosa di inatteso è accaduto: gli inferi sono diventati immagine dell'oriente e il sole di giustizia si è levato di là. Egli, infatti, discese a illuminare quelli che erano in basso, per mezzo della sua morte; e salì a illuminare quelli che erano in alto, per mezzo della sua risurrezione" (Omelia siriaca anonima, V-VI secolo)[6].

Nelle icone

Nelle icone dell'anastasis Gesù irrompe circondato dalla luce, e schiaccia con i piedi le porte degli inferi divelte. Sotto di esse sono raffigurate chiavi e chiavistelli, ad indicare la sconfitta delle tenebre operata da Cristo con la sua risurrezione.

Secondo la tradizione iconografica già fissata a Bisanzio, gli inferi nelle icone sono rappresentati con una simbolica spaccatura nella terra, dietro di cui si aprono misteriosi e invisibili abissi.

È dato poco risalto allo spazio degli inferi. Esso, per così dire, non merita più attenzione, è già stato calpestato e distrutto, viene dunque rappresentato con negligenza.

La figura di Cristo è impetuosa e dinamica, simboleggia la distruttiva catastrofe che è piombata negli inferi. Questi sono raffigurati come un abisso che si trova nelle fondamenta della terra, le cui porte sono chiuse fortemente e non permettono a nessuno di uscire di là.

La figura di Cristo è racchiusa in una mandorla circolare. Questa, che inizialmente simbolizza soltanto la "gloria", lo splendore della "grazia che porta la luce", ha cominciato a significare con il tempo uno spazio specifico, quello "non di questo mondo", riempito di "invisibili" angeli senza corpo. Molto convenzionalmente, ma con inaspettata credibilità, questi invisibili angeli vengono con il tempo rappresentati sulle icone.

Così, gli artisti raffigurano contemporaneamente tre spazi: quello "non di questo mondo", lo spazio degli inferi, e un altro spazio, in cui si trovano i giusti, portati via da Cristo.

Sulle icone provenienti dalle scuole di Mosca e di Novgorod, Cristo risorto porta una tunica azzurra e un manto blu.

La discesa agli inferi ha un significato anche morale: la sconfitta del male ed il trionfo del bene. Per questo le forze celesti, che riempiono la gloria (la mandorla) che attornia Cristo, spesso hanno anche un nome: "Vita", "Gioia", "Ragione", "Sapienza", "Verità", "Amore", "Umiltà", "Felicità", "Purezza". A loro si oppongono le forze del male, personificate dai demoni: "Morte", "Odio", "Irragionevolezza", "Inimicizia". I demoni sono trafitti da fulmini, emanati dal Signore, mentre il padrone e principe di queste forze, satana, viene legato dagli angeli.

Approfondimento teologico

Il corpo umano di Gesù è accolto nella morte. Cristo è passato attraverso un'autentica esperienza della morte, e la deposizione nel sepolcro ne è la conferma: la sua fu una reale uscita dalla vita.

Nella morte l'anima di Cristo, separata dal corpo, era già glorificata in Dio, ma il corpo giaceva nel sepolcro, nello stato di cadavere. Nel tempo tra la sua morte e la sua risurrezione Gesù sperimentò lo "stato di morte", cioè la separazione dell'anima dal corpo, così come lo sperimentano tutti gli uomini.

Nella liturgia attuale

La Chiesa fa memoria liturgica della discesa di Gesù agli inferi il Sabato Santo, giorno in cui ricorda il riposo di Gesù nella tomba e attende nella preghiera e nel digiuno la sua Risurrezione.

Il Sabato Santo è giorno aliturgico: in esso la Chiesa non effettua alcuna celebrazione liturgica, per associarsi al riposo e al silenzio del suo Signore sceso nell'abisso della morte.

Interpretazione esistenziale

Ratzinger[7] fa una lettura esistenziale della discesa di Cristo agli inferi, collegandola alla presa in giro del profeta Elia ai profeti di Baal:

« Gridate con voce più alta, perché egli è un dio! Forse è soprappensiero oppure indaffarato o in viaggio; caso mai fosse addormentato, si sveglierà. »

L'allora teologo fa notare come della presa in giro di Elia verso i falsi profeti[8] sono vittima oggi i credenti, nessun grido dei quali sembra capace di risvegliare Dio. Oggi "il razionalista pare autorizzato a dirci: pregate più forte, che forse allora il vostro Dio si sveglierà"[9]. L'espressione "Discese agli inferi" sembra proprio designare la situazione odierna, lo sprofondamento di Dio nel mutismo, nel cupo silenzio dell'assente. "Solo allorché l'abbiamo sperimentato come solenne Silenzio, possiamo sperare di percepire anche la sua Parola, che sgorga avvolta nel tacito mistero[10].

Il Silenzio di Cristo nella morte, vissuta come vittima dell'ingiustizia e del peccato, esprime tutta la profondità dell'abisso in cui Cristo ha voluto scendere, e in questo si fa compagno di viaggio anche dell'uomo d'oggi, che sperimenta il silenzio di Dio nei suoi confronti.

Note
  1. Catechismo della Chiesa Cattolica, n. 632-633.
  2. Joseph Ratzinger (1969) 238.
  3. Joseph Ratzinger (1969) 241.
  4. Nicodemo è lo stimato membro del Sinedrio che va di notte a parlare con Gesù (Gv 3,1-15}}), e che partecipa insieme a Giuseppe d'Arimatea alla sepoltura di Gesù.
  5. Testo del Simbolo di Aquileia.
  6. Sabino Chialà (2000).
  7. Joseph Ratzinger (1969) 239-240.
  8. L'episodio completo si trova in 1Re 18,20-40.
  9. Joseph Ratzinger (1969) 240.
  10. Joseph Ratzinger (1969) 240-241.
Fonti
Bibliografia
Voci correlate
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Il contenuto di questa voce è stato firmato il giorno 3 maggio 2014 da don Paolo Benvenuto, baccelliere in Teologia.

Il firmatario ne garantisce la correttezza, la scientificità, l'equilibrio delle sue parti.

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