Samaritana

Da Cathopedia, l'enciclopedia cattolica.
100%Decrease text sizeStandard text sizeIncrease text size
Share/Save/Bookmark
Disambig-dark.svg
Nota di disambigua - Se stai cercando altre voci correlate alla Samaritana, vedi Samaritana (disambigua).
Samaritana
Gesu e la Samaritana al pozzo Giacomo Franceschini.jpg
Giacomo Franceschini, Gesù Cristo e la samaritana al pozzo (prima metà del XVIII secolo), olio su tela; collezione privata
Conosciuta anche come:
'
Passo biblico Gv 4,5-42
Matteo
Precedente
successiva
Marco
Precedente
successiva
Luca
Precedente
successiva
Giovanni
Precedente
successiva
Insegnamento - Messaggio teologico
La rivelazione del mistero di Gesù, a cui corrisponde la risposta di fede da parte degli uditori.

La pericope della Samaritana è riportata dal Vangelo secondo Giovanni (4,5-42): in essa Gesù annuncia il dono dell'acqua viva, simbolo della rivelazione del mistero di Cristo e del dono dello Spirito Santo.

Per la ricchezza dei suoi richiami biblici, per la poesia della sua cornice, per la delicatezza e la profondità del dialogo tra Gesù e questa donna, per l'ampiezza infine delle prospettive religiose che apre sulla missione della Chiesa e sull'adorazione del Padre nello Spirito e nella verità, questa pagina di Giovanni è una delle più profonde del quarto Vangelo.

Il titolo comunemente usato per la pericope, "dialogo con la samaritana", è convenzionale ma non appropriato, perché il culmine sta nel riconoscimento da parte dei samaritani di Gesù come "salvatore del mondo" (v. 42).

Articolazione

La struttura fondamentale del brano si incentra sui due dialoghi di Gesù, il primo con la samaritana e il secondo con i suoi discepoli.

Si può abbozzare la seguente articolazione[1]:

Messaggio fondamentale: la rivelazione del mistero di Cristo

Il tema centrale del brano è la rivelazione del mistero di Gesù[2], a cui corrisponde la risposta di fede da parte degli uditori.

L'identità di Gesù e il mistero della sua persona vengono rivelati in modo progressivo, e con la stessa progressione cresce l'espressione della fede dei suoi interlocutori:

  • all'inizio Gesù è riconosciuto come giudeo (v. 9);
  • quando Gesù promette l'acqua viva la samaritana gli chiede se si crede più grande di Giacobbe (v. 12);
  • quando Gesù le apre il libro della sua vita privata, la donna lo riconosce come profeta (v. 19);
  • infine la samaritana si domanda se Gesù non sia il Cristo (v. 29);
  • al termine del brano i samaritani lo proclamano Salvatore del mondo (v. 42): è questo il vertice dottrinale, ed è un'autentica corale professione di fede.

La progressione della conoscenza di Gesù da parte dei samaritani e l'accoglienza da parte loro contrasta con l'atteggiamento ostile da parte dei giudei, dai quali Gesù ha dovuto allontanarsi (v. 1.3); ugualmente, la disponibilità della samaritana contrasta con la fede inadeguata di Nicodemo (3,1-15).

All'interno del grande messaggio della rivelazione di Gesù emergono tre aspetti più particolari.

Il dono dell'acqua viva

Gesù e la samaritana, Villa "La Quiete", Firenze

L'interpretazione dell'acqua viva di cui parla Gesù non è univoca:

  • in base al passo parallelo di 7,37-39 essa può indicare il dono dello Spirito Santo;
  • l'immagine può indicare anche la rivelazione che Gesù fa di se stesso[3];
  • basandosi sulla frequente ambivalenza del simbolismo in Giovanni, altri sostengono che entrambe le prospettive sono presenti nel testo[4].

Certamente, la rivelazione del mistero di Cristo ha come conseguenza l'effusione dello Spirito, il quale a sua volta ne consente una penetrazione e assimilazione più profonda. Tale conoscenza sfocia nel dono della vita eterna, che è la "comunione con la vita divina di Gesù, che egli ha in comune con il Padre"[5].

Non è quindi la legge mosaica il pozzo traboccante di acqua viva, ma la persona di Gesù, che rivelando la verità del Padre può dissetare ogni uomo e comunicargli la vera vita.

L'autentica adorazione di Dio

La pericope della samaritana annuncia un cambiamento radicale nel culto a Dio. Gesù contrappone il vero culto (cfr. il v. 23: i "veri adoratori") a quello dei giudei e a quello dei samaritani, entrambi legati a dei luoghi: rispettivamente il tempio di Gerusalemme e quello sul monte Garizim. Il vero culto ha come centro la persona di Gesù, che è il tempio della Nuova Alleanza.

La vera adorazione sarà in Spirito e verità" (v. 23):

  • lo Spirito Santo che verrà comunicato ai credenti diverrà il principio interiore di una preghiera autentica in coloro che riceveranno la luce della rivelazione di Cristo;
  • la Verità indica la rivelazione messianica, ed essa si identifica con il messaggio e la predicazione dell'uomo Gesù; la nuova preghiera è un rivolgersi al Padre in quella Verità che è Gesù stesso, in comunione con lui[6].

L'universalità della salvezza

Tutto il racconto si muove in un'ottica di universalità della salvezza. Il passaggio di Gesù attraverso la regione della Samaria era previsto nel disegno di Dio, la cui volontà costituisce per Gesù il suo vero cibo (v. 34. Attraversando la Samaria Gesù vi semina la Parola, e i frutti non si fanno attendere: Gesù contempla le primizie della mietitura messianica (v. 35-38), che i mietitori, cioè i discepoli, realizzeranno. L'abbondante mietitura in Samaria annuncia la conversione dei pagani che, come i samaritani, riconosceranno in Gesù il "Salvatore del mondo".

Collocazione storico-geografica

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi le voci Samaritani e Pozzo di Giacobbe.

L'episodio avviene in una città della Samaria, detta Sicar, alle pendici dei monti Ebal e Garizim, lungo la strada che da Gerusalemme porta a Damasco. A Sicar i pellegrini di ritorno da Gerusalemme passavano la loro prima notte.

Al tempo di Gesù era viva l'ostilità fra giudei e samaritani: questi venivano considerati scismatici[7].

L'esatta collocazione del fatto è presso il pozzo di Giacobbe.

Note di esegesi

v. 5 Giunse così a una città della Samaria chiamata Sicar La città è stata identificata con l'antica Sichem; al tempo di Gesù era chiamata in aramaico Sychora. Gli scavi effettuati a Tell Balata nel 1927 hanno portato alla luce i resti di Sicar; dopo la distruzione da parte dell'imperatore Vespasiano nell'anno 67 d.C. gli abitanti si trasferirono probabilmente nell'attuale villaggio di Askar, a un kilometro e mezzo a nord-est del pozzo.
  vicina al terreno che Giacobbe aveva dato a Giuseppe suo figlio Giacobbe aveva acquistato un terreno presso Sichem (Gen 33,19), e lo aveva dato a suo figlio Giuseppe (Gen 48,22); le sue ossa furono qui seppellite dopo l'uscita dall'Egitto (Gs 24,32).
  un pozzo di Giacobbe Bibbia CEI 2008 traduce così, altri traducono fonte invece di pozzo: il termine italiano si collega meglio alla sorgente d'acqua viva di cui poi parla Gesù. Il pozzo è profondo 32 metri.

Nella tradizione biblica il pozzo rimanda a Dio stesso (Ger 2,13) o alla sua sapienza (Sir 24,23-29). Nella letteratura giudaica il pozzo simboleggia spesso la Legge di Mosè, dalla quale sgorga l'acqua viva della sapienza. Ma qui è Gesù che dona l'acqua viva, sostituendo la Torah.

v. 6 affaticato per il viaggio L'evangelista Giovanni, che pur presenta nel prologo il Verbo preesistente, lo presenta qui come vero uomo, stremato per il viaggio. Il verbo usato, kopiào, "faticare", è da alcuni considerato un riferimento simbolico all'attività ministeriale di Gesù: egli sta seminando per la mietitura che faranno i discepoli, che non hanno seminato (v. 38): Gesù appare il prototipo della "fatica" apostolica per l'evangelizzazione dei popoli.
  mezzogiorno In ebraico è ora sesta: è la stessa ora in cui Gesù sarà proclamato "re dei giudei" da Pilato, durante il processo (19,14). La presenza della samaritana al pozzo a quell'ora è un evento fuori del comune: le donne si recavano a gruppi, e non da sole, ad attingere l'acqua, e di solito verso il tramonto.
  sedeva presso il pozzo A livello della narrazione, il motivo è la stanchezza. È probabile che l'evangelista alluda al fatto che Gesù ha occupato stabilmente il posto della fonte antica, cioè della legge di Mosè, perché è lui ormai che offre l'acqua viva della sapienza.
v. 7 Giunge una donna samaritana ad attingere acqua L'incontro presso un pozzo è un motivo ricorrente nell'Antico Testamento, e in relazione a futuri matrimoni: il servo di Abramo incontra Rebecca (Gen 24), Giacobbe incontra Rachele (Gen 29), Mosè le figlie di Reuèl (Es 2,15-17). L'incontro si connota quindi di un simbolismo sponsale; il pozzo è il luogo dell'amore, dell'intimità, della confidenza più piena.
  Dammi da bere La frase riecheggia la richiesta degli ebrei nel deserto (Es 17,2). Sulla croce Gesù esprime una richiesta simile (19,28).

Gesù parla per primo alla donna: prende l'iniziativa e si rivolge a una samaritana, incurante delle barriere di razza e religione. Non era decoroso per un rabbino parlare in pubblico con una donna, e tanto meno con un'appartenente a una razza impura, dalla quale, come dai pagani, gli ebrei si mantenevano lontani.

v. 9 Come mai tu che sei giudeo, chiedi da bere a me che sono una donna samaritana? Lo stupore della donna per la domanda di Gesù e comprensibile, perché tra giudei e samaritani vi era da secoli rancore e ostilità.

Il popolo dei samaritani ebbe origine da una mescolanza di popolazioni straniere, che l'imperatore assiro Sargon II importò nella regione della Samaria nel 721 a.C., dopo aver annientato il Regno del nord. I nuovi arrivati avevano adottato il culto di YHWH, ma contaminandolo con le loro credenze idolatriche.

I giudei tornati dall'esilio babilonese nel 538 a.C. non vollero avere nessun rapporto con essi; i samaritani, dal canto loro, ostacolarono la ricostruzione del Tempio di Gerusalemme.

Più tardi i samaritani si edificarono un tempio sul monte Garizim, e ciò determinò una rottura insanabile con i giudei. Le cose peggiorarono ulteriormente quanto, nel 128 a.C., il sommo sacerdote giudeo Giovanni Ircano distrusse il tempio samaritano sul Garizim.

Un detto rabbinico recitava: "Chi mangia pane dei samaritani è come se mangiasse carne di porco"[8].

v. 10 Se tu conoscessi il dono di Dio e chi è colui che ti dice: Dammi da bere!, tu avresti chiesto a lui ed egli ti avrebbe dato acqua viva Gesù sta trasferendo il discorso dall'acqua materiale a una realtà misteriosa, che è dono di Dio.

Il versetto contiene la figura retorica del chiasmo[9]:

A - Se tu conoscessi il dono di Dio
B - Dammi da bere
B' - Avresti chiesto a lui
A' - Ti avrebbe dato acqua viva

L'uso di questa figura retorica esprime la corrispondenza tra il dono e l'acqua viva.

  acqua viva L'acqua viva è, nel linguaggio biblico, l'acqua di sorgente, in opposizione a quella di cisterna. Nell'Antico Testamento Dio viene spesso identificato con quest'acqua (Ger 2,13; 17,13; Sal 42[41],1; Is 12,3; 55,1).

Nella pericope l'immagine allude alla rivelazione del mistero della persona di Gesù e al dono dello Spirito Santo, strettamente connesso con tale rivelazione.

  il dono di Dio È, in definitiva, la stessa persona di Gesù, sorgente di vita eterna.
v. 11 non hai un secchio... da dove prendi dunque quest'acqua viva? Il procedimento del fraintendimento permette all'evangelista di far proseguire il discorso.
v. 12 Sei tu forse più grande del nostro padre Giacobbe...? Gesù lo era effettivamente. È un esempio classico dell'ironia giovannea: la samaritana afferma senza volerlo la superiorità di Gesù.

In 8,53 viene espressa una domanda uguale, ma riferita ad Abramo.

  che ci diede il pozzo Non risulta nella Bibbia che il pozzo sia stato scavato da Giacobbe; forse l'evangelista si rifà a leggende popolari riportate anche dal Targum.
v. 14 ma chi berrà dell'acqua che io gli darò, non avrà più sete in eterno [..] diventerà in lui una sorgente d'acqua che zampilla per la vita eterna Gesù promette un'acqua misteriosa che placa la sete per sempre, e che diventerà in lui sorgente di un'acqua a sua volta misteriosa. Egli si riferisce prima di tutto alla rivelazione del mistero della sua persona.

Nella tradizione biblica l'acqua viva simboleggia la vita (cfr. Is 12,3; 55,1) oppure la Sapienza, che invita a sé quanti hanno sete (Sir 24,20; cfr. Pr 13,14; 18,4). Tra i rabbini invece la Sapienza era identificata con la Torah; Gesù sostituisce quest'acqua che non disseta (cfr. Sir 24,20). Egli donerà lo Spirito della Verità che "ha il compito di condurre i credenti alla pienezza della verità"[10].

Osserva Ignace de la Potterie[11] che i verbi sono al futuro, come in 7,38-39: sta per iniziare il tempo che inizia con l'Ora di Gesù, ed è il tempo della Chiesa, caratterizzato dal dinamismo dello Spirito, che consentirà ai credenti di approfondire e assimilare (cfr. Gv 16,12) nell'intimo del loro cuore la rivelazione di Gesù.

Xavier Léon-Dufour[12] spiega che il termine di riferimento dell'acqua è diverso secondo il tempo:

  • nel tempo pre-pasquale essa indica la rivelazione data da Gesù;
  • nel tempo post-pasquale indica invece lo Spirito Santo.

Le due interpretazioni non sono alternative, poiché la rivelazione di Gesù è pienamente compresa e diventa fonte di salvezza solo in virtù dello Spirito.

v. 15 dammi quest'acqua, perché io non abbia più sete e non continui a venire qui ad attingere acqua Abbiamo qui un altro caso di fraintendimento: la donna dimostra di non aver compreso nulla; alla rivelazione di Gesù si contrappone l'incomprensione umana.
v. 16-18 Le dice: "Va' a chiamare tuo marito e ritorna qui". Gli risponde la donna: "Io non ho marito". Le dice Gesù: "Hai detto bene: 'Io non ho marito'. Infatti hai avuto cinque mariti e quello che hai ora non è tuo marito; in questo hai detto il vero". Ha qui inizio una nuova pericope, agganciata alla precedente con la locuzione "venire qui". Gesù svela alla donna la vita privata di lei, poco edificante, per dimostrarle d'essere in possesso d'una conoscenza soprannaturale. Lo scopo di Gesù non è tanto di portare questa donna alla conversione, quanto di prepararla alla scoperta del proprio mistero[13].
v. 17 Cinque mariti Xavier Léon-Dufour[14] e altri studiosi vedono simboleggiate nei cinque mariti della donna le cinque divinità adorate dai Samaritani (cfr. 2Re 17,24-41); infatti il termine baal può designare sia un dio che il marito: in tal senso la samaritana rappresenterebbe la Samaria adultera, che aveva abbandonato il vero Dio (cfr. Os 1-2).[15].

La prassi giudaica consentiva ad una donna di sposarsi fino a tre volte. La samaritana è al sesto matrimonio: la sua vita appare scandalosa, completamente assorbita dalla sessualità.

v. 19 Gli replica la donna: "Signore, vedo che tu sei un profeta!" Con questo riconoscimento la samaritana compie il primo passo verso la Verità. Il dialogo portato avanti da Gesù raggiunge il suo obiettivo, anche se in forma ancora parziale.
v. 20 "I nostri padri hanno adorato su questo monte; voi invece dite che è a Gerusalemme il luogo in cui bisogna adorare". La samaritana, colpita dalla conoscenza profetica di Gesù, non sembra però voler indugiare sulla sua vita privata; cerca una scappatoia piegando il dialogo in un'altra direzione, su uno scottante problema religioso, che opponeva i giudei ai Samaritani. Questo permette a Gesù di muoversi verso il momento culminante della sua rivelazione.

I samaritani, dopo la restaurazione di Esdra, avevano eretto il loro tempio sul monte Garizim, in concorrenza con quello giudaico di Gerusalemme. Avevano legittimato il loro culto, ritenendo che Dio fosse apparso a Giacobbe sul Garizim, identificato con la Betel di Gen 28,17) e che Giosuè, secondo il Pentateuco samaritano, avesse pronunziato le benedizioni su quel monte (ma il testo masoretico di Dt 27,4 parla del monte Ebal).

v. 21 "Credimi, donna". È un chiaro invito ad aprire il cuore nella fede.
v. 21-22 "Viene l'ora in cui né su questo monte né a Gerusalemme adorerete il Padre. Voi adorate ciò che non conoscete, noi adoriamo ciò che conosciamo. Gesù elude l'alternativa posta dalla samaritana, e parla di un cambiamento radicale nel culto, che prescinderà da ogni luogo materiale.
  "La salvezza viene dai giudei" Probabilmente l'espressione intende affermare che il Salvatore sarebbe provenuto dai giudei. Di fatto i Samaritani avevano mutilato le Scritture, accogliendo solo il Pentateuco ed escludendo i libri profetici e quelli sapienziali. Perciò la verità era più largamente attestata dalla comunità giudaica.

In ogni caso Gesù riconosce la superiorità del culto celebrato a Gerusalemme, perché immune dal sincretismo religioso verificatosi in Samaria. Del resto lui stesso aveva dichiarato che il tempio di Gerusalemme era la casa di suo Padre (2,16).

v. 23 "Ma viene l'ora - ed è questa" La stessa espressione ricorre in Gv 5,25 per indicare l'inaugurazione del tempo escatologico con la venuta di Cristo. La presenza di Gesù realizza quindi il tempo finale[16].
  "in cui i veri adoratori adoreranno il Padre in spirito e verità: così infatti il Padre vuole che siano quelli che lo adorano". Il culto dei giudei, benché più consono all'Antica Alleanza di quello samaritano, sarebbe stato sostituito dalla vera adorazione, da quella gradita a Dio. Nel tempo messianico i credenti avrebbero adorato Dio mossi e rigenerati dallo Spirito Santo ("in spirito") e illuminati dalla rivelazione definitiva di Cristo ("e Verità"). Essi renderanno culto a Dio con un'attitudine filiale verso il Padre, operante e presente nel suo Inviato, Gesù Cristo, che diverrà l'unico mediatore tra Dio e l'umanità redenta dal suo sangue in croce; Gesù è il nuovo tempio della Nuova Alleanza.

Il tempo finale inaugurato da Gesù consente un'adorazione al Padre non più legata a un edificio di pietra, ma nella Verità, che si identifica con la sua persona. L'umanità glorificata di Cristo, in pieno possesso dello Spirito, diventa il tempio nuovo, il luogo del culto cristiano.

  In spirito e verità L'espressione può intendersi come una endiadi, "nello Spirito della verità". Di fatto nel Vangelo di Giovanni "lo Spirito e la Verità appaiono talmente uniti da formare quasi un'unica realtà. Lo Spirito e la Verità indicano i due principi di questo nuovo culto, talmente uniti da essere anche il luogo di tale culto escatologico"[17].
v. 24 "Dio è spirito". Non si tratta di una definizione di Dio: il termine "Spirito" esprime la sua trascendenza e santità. Perciò il vero culto non può essere vincolato a un luogo materiale, ma è reso possibile solo attraverso lo Spirito, donato da Dio stesso.
v. 25 Gli rispose la donna: "So che deve venire il Messia, chiamato Cristo: quando egli verrà, ci annuncerà ogni cosa". Anche i Samaritani aspettavano il Messia o Taheb ("colui che viene" o "colui che ritorna").

Dopo aver usato precedentemente (v. 19) il titolo di profeta, ora la samaritana raggiunge un traguardo più avanzato nella scoperta del Cristo.

v. 26 "Sono io, che parlo con te". È il momento culminante dell'autorivelazione di Gesù alla samaritana: egli si dichiara il rivelatore, l'inviato di Dio, che può comunicare lo Spirito di verità per un culto autentico.

Il verbo laléin ("parlare") è generalmente connesso in Giovanni con la rivelazione della vita divina.

"Sono io" è in greco Ἐγώ εἰμι, Egó eimi, "Io sono", che è il nome di Dio rivelato a Mosè; l'espressione insinua la divinità di Gesù; essa appare anche in altri passi del quarto Vangelo: 8,24.28.58.

v. 27 In quel momento giunsero i suoi discepoli Queste parole hanno la funzione di introdurre una transizione: servono ad agganciare alla scena della samaritana il colloquio di Gesù con i suoi discepoli.
  e si meravigliavano che parlasse con una donna. Nessuno tuttavia disse: "Che cosa cerchi?", o: "Di che cosa parli con lei?". I discepoli si meravigliano che Gesù parli con una donna: il comportamento anticonformista di Gesù stupisce i discepoli, perché ne andava di mezzo la sua dignità. Tuttavia non ardiscono fare alcun rilievo al Maestro.
v. 28 La donna intanto lasciò la sua anfora. Forse vi è un'allusione alla sostituzione della Legge di Mosè, rappresentata dall'acqua del pozzo, ormai inutile, perché superata dall'acqua viva offerta da Gesù.
v. 29 "Venite a vedere un uomo che mi ha detto tutto quello che ho fatto. Che sia lui il Cristo?" La samaritana, come i discepoli (cfr. 1,41.45), sente il bisogno di comunicare la sua esperienza; tuttavia si dimostra ancora esitante nei confronti del Messia, impressionata più per la manifestazione della sua vita privata, piuttosto che per l'esplicita rivelazione dell'identità messianica di Gesù.
v. 30 Uscirono dalla città e andavano da lui. I samaritani che escono e vengono verso Gesù rappresentano coloro che si pongono nel cammino verso la luce.
v. 31-33 Intanto i discepoli lo pregavano: "Rabbì, mangia". Ma egli rispose loro: "Io ho da mangiare un cibo che voi non conoscete". E i discepoli si domandavano l'un l'altro: "Qualcuno gli ha forse portato da mangiare?". Inizia il secondo dialogo, quello tra Gesù e i discepoli: esso riproduce il medesimo schema di rivelazione del dialogo con la samaritana:
  • una prima rivelazione di Gesù è fraintesa;
  • segue una nuova rivelazione più chiara.

Prendendo lo spunto dal cibo offertogli dai discepoli Gesù parla di un cibo misterioso, ma i discepoli non lo capiscono, anzi lo fraintendono.

v. 34 Gesù disse loro: "Il mio cibo è fare la volontà di colui che mi ha mandato e compiere la sua opera. Abbiamo qui un testo-chiave per comprendere l'intimo rapporto che lega Gesù al Padre: suo cibo è l'adempimento del volere del Padre (cfr. 17,4) per compiere la sua opera, che consisteva nella realizzazione del suo progetto di salvezza, avente come culmine il sacrificio della sua morte in croce; lì Gesù donerà lo Spirito.
v. 35 Ancora quattro mesi e poi viene la mietitura È incerto se si tratta di un proverbio popolare oppure di un dato cronologico.
  • Nel primo caso il riferimento cronologico va cercato nelle messi mature menzionate di seguito; il suo soggiorno in Samaria può aver avuto luogo allora in maggio o in giugno, probabilmente dell'anno 28: in tale ipotesi Gesù invita i discepoli a osservare i campi di grano già biondeggianti nella pianura di Mahneh, che si estende ai piedi del monte Garizim. È da notare che in Oriente il frumento, quando matura, assume una tinta biancastra, come dice il testo.
  • Nel secondo caso ci sarebbe qui un'indicazione di tempo, e il viaggio di Gesù nella Samaria andrebbe datato in gennaio o febbraio.
v. 35-36 Alzate i vostri occhi e guardate i campi che già biondeggiano per la mietitura. Chi miete riceve il salario e raccoglie frutto per la vita eterna, perché chi semina gioisca insieme a chi miete. Tale continuazione rende chiaro che Gesù si riferisce alla conversione dei Samaritani, già disposti ad accogliere il suo messaggio. I samaritani rappresentano per Gesù le primizie della mietitura messianica annunciata dai profeti.

Si deve notare l'analogia di questo versetto con Mt 9,37: "La messe è molta, ma gli operai sono pochi".

v. 37 In questo infatti si dimostra vero il proverbio: uno semina e l'altro miete. Con questo detto popolare, che significa che in genere chi semina non raccoglie, Gesù esprime la sua gioia per la conversione dei Samaritani, mentre i giudei l'avevano respinto: la messe è pronta per la mietitura.

L'immagine del seminatore designa Gesù (cfr. Mt 13,3.37), mentre il mietitore indica i discepoli, che continueranno la sua missione per raccogliere frutti abbondanti, cioè per riunire i fratelli separati.

v. 38 Io vi ho mandati a mietere ciò per cui non avete faticato; altri hanno faticato e voi siete subentrati nella loro fatica. È un versetto difficile, che probabilmente si riferisce all'attività missionaria della Chiesa delle origini. Il verbo della fatica, κεκοπιάκατε, kekopiákate, è un verbo tecnico per esprimere le fatiche apostoliche. L'attività di Gesù, che l'avrebbe condotto alla croce, avrebbe prodotto i suoi frutti nella missione dei discepoli; anche la sua morte sarebbe stata una semente, a cui avrebbe fatto seguito la gioia del raccolto.
  altri hanno faticato Chi sono gli altri che hanno lavorato?

In ogni caso l'unico vero seminatore resta Gesù: i discepoli, da lui mandati come collaboratori, sono associati alla sua gioia per la mietitura alla fine dei tempi.

v. 39-42 Molti Samaritani di quella città credettero in lui per la parola della donna, che testimoniava: "Mi ha detto tutto quello che ho fatto". E quando i Samaritani giunsero da lui, lo pregavano di rimanere da loro ed egli rimase là due giorni. Molti di più credettero per la sua parola e alla donna dicevano: "Non è più per i tuoi discorsi che noi crediamo, ma perché noi stessi abbiamo udito e sappiamo che questi è veramente il salvatore del mondo". Ha inizio qui la parte culminante della missione di Gesù in Samaria. Gli abitanti si convertono in massa, come primizie della Chiesa universale.

I samaritani dapprima credono sulla parola della donna, ma la loro fede viene perfezionata dall'incontro personale con Gesù e nell'ascolto diretto della sua parola. La loro fede non si fonda ormai sull'esperienza altrui, ma su quella personale.

v. 42 il salvatore del mondo Il titolo con cui i samaritani proclamano Gesù riassume e trascende quelli precedenti di Gesù profeta e messia. Si noti la prospettiva universale sull'opera compiuta da Gesù e sulla missione nella Chiesa.

Storicità

La pericope può essere ritenuta sostanzialmente storica[18]. Ne sono segno:

  • la precisione delle indicazioni topografiche;
  • la conoscenza delle credenze religiose e della prassi liturgica dei samaritani.

Riguardo ai dialoghi di Gesù bisogna ammettere una forte rielaborazione redazionale. L'evangelista ristruttura e fonde in un'armoniosa unità dati appartenenti alla tradizione apostolica, con forti riscontri nei sinottici. A livello letterario, poi, usa il suo schema consueto:

  • alterna le rivelazioni di Gesù all'incomprensione degli uditori;
  • ricorre alla tecnica del fraintendimento, del doppio senso, del gioco di parole (v. 11.15.33);
  • dà grande peso agli elementi simbolici;
  • usa la risorsa dell'ironia.

Nella storia della Chiesa

L'interlocutrice di Gesù

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi la voce Santa Fotina.

Secondo la tradizione la samaritana si chiamava Fotina. Non soltanto portò la fede ai suoi concittadini, ma emigrò per diffonderla in altri paesi.

Durante l'impero di Nerone andò in Africa con uno dei figli per convertire la città di Cartagine. Giunta a Roma fu martirizzata per ordine di Nerone, con i figli e le sorelle.

L'uso liturgico-battesimale

Guercino, Gesù Cristo e la Samaritana al pozzo (1647), olio su tela

La pericope della samaritana viene letta dalla tradizione e dalla liturgia della Chiesa come una profonda catechesi battesimale: essa è la prima delle tre grandi letture giovannee proclamate nelle domeniche di Quaresima dell'Anno A, che sono la base per la catechesi dei catecumeni e per la riscoperta del Battesimo da parte di tutti i fedeli[19].

Nel Rito ambrosiano la pericope è proclamata ogni anno (A, B e C) la II domenica di Quaresima, detta appunto Domenica della Samaritana[20].

Nell'arte

La samaritana è il personaggio femminile dei vangeli con la maggiore presenza nella storia dell'arte.

Nelle raffigurazioni la scena viene adottata, soprattutto a partire dal cinquecento, anche come allegoria dell'eloquenza, e questo ne giustifica la presenza anche in luoghi accademici, palazzi gentilizi, edifici pubblici.

L'arte accademica del classicismo ha letto la pagina del Vangelo con una attenzione profonda ai particolari e ai dettagli, mettendo in rilievo soprattutto la psicologia dei personaggi. Nel corso dei vari secoli, gli artisti hanno adottato molteplici soluzioni iconografiche. Le più ricorrenti sono:

  • La contrapposizione tra Gesù e la samaritana, ispirandosi di preferenza alla prima parte del dialogo; gli artisti contrappongono la figura di Gesù a quella della donna. Lei ha in mano una brocca o un secchio, in una posizione dunque di vantaggio rispetto a Gesù accaldato e stanco. La donna ha un portamento fiero, Gesù è chino e affaticato.
  • La scoperta della vera identità di Gesù e la rivelazione del suo messaggio universale di salvezza, valorizzando la seconda parte del dialogo; gli artisti sottolineano l'atteggiamento dei personaggi durante il colloquio: la samaritana è raffigurata con il capo chino davanti a Gesù, vinta dalle sue rivelazioni; Gesù compie gesti solenni, indica se stesso come Messia oppure mostra con il dito la città da evangelizzare.

In molte opere la scena diventa corale: compaiono gli apostoli con il cibo, molti mostrano stupore di fronte al colloquio dei due; intorno, il bestiame e la realtà tipica di un paesaggio agricolo.

Note
  1. Angelico Poppi (1990), p. 457.
  2. A livello letterario ciò emerge, tra le altre cose, dall'inclusione realizzata dai vv. 10 e 42, entrambi incentrati sull'identità di Gesù.
  3. Ignace de la Potterie, Studi di cristologia giovannea, Marietti, Genova 1986, p. 70-73; Angelico Poppi (1990) p. 457, afferma tale simbolismo come anteriore ("innanzitutto") agli altri.
  4. Raymond Brown, Giovanni. Commento al Vangelo spirituale, Cittadella, Assisi 1979, I vol., p. 236.
  5. Angelico Poppi (1990) p. 457.
  6. Ignace de la Potterie, Studi di cristologia giovannea, Marietti, Genova 1986, p. 74-75
  7. Mt 10,5 testimonia la difficoltà di predicare in città samaritane. Raccontando la parabola del buon samaritano, Gesù sceglie come esempio di amore disinteressato verso il prossimo proprio uno di loro (Gv 10,25-37). Nella pericope dei dieci lebbrosi (Lc 17,11-19), poi, Gesù nota che solo il samaritano era stato capace di gratitudine. In Gv 8,48 i nemici accusano Gesù di essere posseduto dal demonio e di essere un samaritano.
  8. Cit. da Angelico Poppi (1990), p. 458.
  9. In una frase si ha un chiasmo quando gli elementi sono disposti nella forma A B B' A'.
  10. Giuseppe Ferraro, Lo Spirito e Cristo nel Vangelo di Giovanni, Paideia, Brescia 1984, p. 92.
  11. Studi di cristologia giovannea, Marietti, Genova 1986, p. 72.
  12. Lettura del Vangelo secondo Giovanni. Cap. 1-4, Edizioni Paoline, Milano 1990, ISBN 9788821520280, p. 478.
  13. Ignace de la Potterie, Studi di cristologia giovannea, Marietti, Genova 1986, p. 73.
  14. Lettura del Vangelo secondo Giovanni. Cap. 1-4, Edizioni Paoline, Milano 1990, ISBN 9788821520280, p. 363.
  15. Angelico Poppi (1990 459) ritiene tale interpretazione allegorica estranea al pensiero dell'evange1ista.
  16. Alcuni esegeti parlano di "escatologia presenziale".
  17. Salvatore Alberto Panimolle, Lettura pastorale del vangelo di Giovanni, 3 voll., EDB, Bologna 1978, 1981, 1984, vol. I, p. 396.
  18. Angelico Poppi (1990) p. 458.
  19. La pericope della Samaritana è proclamata come Vangelo della Terza Domenica; le altre due pericopi, proclamate nelle domeniche seguenti, sono la guarigione del cieco nato (Gv 9) e la Risurrezione di Lazzaro (Gv 11).
  20. Come nel Rito romano, le altre pericopi proclamate nella IV e V domenica di Quaresima sono, rispettivamente, la guarigione del cieco nato (Gv 9) e la Risurrezione di Lazzaro (Gv 11), mentre la III domenica, detta di Abramo, adotta il dialogo di Gesù con i giudei sull'essere discendenza del grande patriarca, Gv 8,31-59.
Bibliografia
Voci correlate
Collegamenti esterni

Suggerimenti



Poni il mouse qui sopra per vedere i contributori di questa voce.