Triduo Pasquale

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1leftarrow.png Voce principale: Pasqua.

Duccio di Buoninsegna, Maestà (part. Storie della Passione e Resurrezione di Gesù Cristo), 1308 - 1311; Siena, Museo dell'Opera del Duomo: questo dipinto raffigura tutti i fatti occorsi negli ultimi giorni di Gesù, dall'Ultima Cena alla sua risurrezione
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Il Triduo della Passione e della Risurrezione del Signore risplende al vertice dell'anno liturgico, poiché l'opera della redenzione umana e della perfetta glorificazione di Dio è stata compiuta da Cristo specialmente per mezzo del mistero pasquale, col quale, morendo, ha distrutto la nostra morte, e risorgendo, ci ha ridonato la vita. La preminenza di cui gode la domenica nella settimana, la gode la Pasqua nell'anno liturgico.

Il Triduo Pasquale ha inizio dalla Messa in Coena Domini, ha il suo fulcro nella Veglia Pasquale, e termina con i Vespri della Domenica di Risurrezione.

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Il Triduo Pasquale, o Triduo Sacro, è l'annuale celebrazione della Pasqua in tre giorni, all'interno della Settimana Santa: nel Triduo si fa memoriale della Passione, Morte e Risurrezione di Cristo.

L'unità del Triduo Pasquale

Il Triduo costituisce un'unica celebrazione del Mistero Pasquale di Cristo, ripartita nei tre giorni di Venerdì Santo, Sabato Santo e Domenica di Risurrezione, con la Messa in coena Domini che ne costituisce il prologo.

Il Triduo va colto nella sua unità: le varie celebrazioni che si effettuano in esso non possono essere separate, ma vanno considerate come un'unica grande celebrazione che va dalla Messa "in coena Domini" del Giovedì Santo alla Domenica di Risurrezione. "Come la passione-morte sono inscindibili dalla risurrezione, così il Venerdì santo è inscindibile dalla Domenica di Pasqua"[1].

L'unità del Triduo Pasquale è data, in senso liturgico e teologico, dall'antica celebrazione eucaristica che in esso idealmente si celebra, cioè quella della Veglia Pasquale. Nel Venerdì e nel Sabato Santo non c'è celebrazione dell'eucaristia, perché la celebrazione eucaristica del Triduo è quella che si celebra nella Veglia Pasquale, unitamente agli altri sacramenti dell'iniziazione cristiana. È quindi la Veglia nella notte tra il Sabato Santo e la Domenica di Risurrezione a fare da elemento unificante dell'intero triduo. Senza questo riferimento alla Veglia il mistero pasquale celebrato nel venerdì e nel sabato santo rimangono senza chiave interpretativa, ma anche la Domenica di Resurrezione sarebbe unicamente il ricordo di un evento prodigioso e non la celebrazione della risposta di Dio alla vita donata del Figlio obbediente fino alla morte di croce.

Un secondo elemento, di tipo più specificamente rituale, segnala l'unità del Triduo Pasquale. All'interno di esso troviamo il saluto di chi presiede solamente all'inizio della Messa in coena Domini; ugualmente, vi è una sola benedizione finale e un solo "congedo alla fine della Veglia Pasquale. Più in dettaglio:

  • nella Messa in coena Domini non c'è congedo, ma l'assemblea "si scioglie in silenzio";
  • il Venerdì Santo la celebrazione inizia nel silenzio, senza riti di introduzione[2], e termina senza benedizione e senza congedo, nel silenzio;
  • la Veglia Pasquale inizia con il lucernario, senza segno di croce e senza saluto; solo alla fine della Veglia si trova la benedizione finale e il congedo.

Tutto questo ci dice che il Triduo Pasquale è un'unica grande celebrazione che inizia con la celebrazione della sera del Giovedì Santo e termina con la Veglia Pasquale, nelle prime ore della Domenica di Risurrezione.[3]

Note storiche

L'analisi storica dello sviluppo del Triduo Pasquale mostra che nel Medioevo si verificarono alcuni sviluppi nella celebrazione del Triduo stesso che ne sgretolarono sempre più la primitiva armonia e unità. Si verificò cioè una certa decomposizione dell'unità teologica della passione-morte-risurrezione a vantaggio delle solo passione e morte del Signore, delle quali è più facile, tra l'altro, generare "rappresentazioni". Emerge inoltre una tendenza a rendere la liturgia "dramma sacro" nella stessa azione liturgica e nelle manifestazioni folcloristiche che l'accompagnano e prolungano.

Gli inizi

Gli inizi della storia del Triduo Pasquale vanno cercati nelle prime testimonianze esplicite della celebrazione annuale della Pasqua, datate alla metà del II secolo e ubicate nelle Chiese dell'Asia Minore; queste celebravano la Pasqua il 14 Nisan, giorno in cui era prescritto ai Giudei di immolare gli agnelli. Questi cristiani, chiamati appunto quartodecimani, convinti che la morte di Cristo aveva sostituito il Pesah giudaico, celebravano la Pasqua digiunando il 14 Nisan, e terminavano il digiuno con la celebrazione eucaristica che aveva luogo alla fine della veglia notturna tra il 14 e il 15 Nisan. Le altre Chiese, guidate da Roma, celebravano la Pasqua la domenica dopo il 14 Nisan.

Eusebio di Cesarea († 339/340) ci informa nella sua Storia Ecclesiastica (5,23-25) che questa diversità di date provocò una seria controversia tra Roma e le Chiese dell'Asia Minore; la polemica giunse al culmine al tempo di papa Vittore (193-203). La controversia non consisteva nel dilemma se la Pasqua ricordi la morte o se invece ricordi la risurrezione di Cristo, ma nel dilemma se la Pasqua debba essere celebrata nel giorno della morte o nel giorno della risurrezione di Cristo. Di fatto nel corso del III secolo si impose la data domenicale della Pasqua.

Le più antiche fonti che testimoniano la celebrazione annuale della Pasqua provengono quindi dall'area dell'Asia Minore. Le principali sono:

In questi documenti la celebrazione della Pasqua si presenta essenzialmente come un digiuno rigoroso, generalmente di due o tre giorni, seguito da una assemblea notturna di preghiere e letture, conclusa poi dalla celebrazione eucaristica. Risulta già in quest'epoca la lettura di Es 12 (immolazione dell'agnello pasquale).

In Occidente le testimonianze sulle celebrazioni pasquali sono scarse nei quattro primi secoli; in seguito invece, nei secoli V-VII, sono più abbondanti. Sant'Ambrogio († 397) e Sant'Agostino († 430) parlano del "triduo sacro" (o "sacratissimo") per indicare i giorni in cui Cristo ha sofferto, ha riposato nel sepolcro ed è risorto.

A Roma la celebrazione del Triduo sacro è attestata nell'anno 416 ca., in una lettera di papa Innocenzo I al vescovo Decenzio di Gubbio: pur non parlando di "triduo", Innocenzo menziona una speciale celebrazione della passione al venerdì e della risurrezione alla domenica, nonché il digiuno del venerdì e del sabato. Lo stesso documento testimonia che il giovedì prima di Pasqua non faceva riferimento alcuno al Triduo sacro, ma era il giorno della riconciliazione dei penitenti.

Il giovedì

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi la voce Giovedì Santo.

In seguito, nel VII secolo, la riconciliazione dei penitenti venne inserita nella cornice di una Messa mattutina celebrata nei Titoli romani, come attesta il Sacramentario Gelasiano[4]. Lo stesso Gelasiano[5] è testimone di una seconda Messa, che inizia dall'offertorio, celebrata la sera del giovedì nei Titoli, il cui tema centrale è la doppia traditio (latino, "consegna"): la consegna che Giuda fa di Gesù ai suoi nemici, e la consegna che Gesù fa di se stesso ai discepoli nell'Eucaristia. Alla Basilica lateranense invece il papa celebrava a mezzogiorno una Messa commemorativa della Cena del Signore, nel corso della quale erano benedetti il crisma] e gli altri oli[6].

Il Pontificale Romano-germanico (X secolo) conosce solo la Messa Crismale[7] e quella della sera[8] anticipata ormai all'ora terza, e colloca la riconciliazione dei penitenti prima della Messa Crismale[9].

I libri liturgici del XIII secolo e il Messale Romano postridentino del 1570 hanno soltanto il formulario corrispondente alla Messa che ricorda l'istituzione dell'Eucaristia. La confezione del Crisma e la benedizione degli oli hanno luogo nelle cattedrali e sono riportate dai Pontificali[10]. Nel XVI secolo poi l'unica Messa del Giovedì santo è ormai anticipata al mattino.

Per quanto riguarda la conservazione e adorazione del Santissimo Sacramento nel Giovedì santo, le prime manifestazione al riguardo le troviamo nei secoli XII-XIII[11]. La centralità che man mano acquista l'adorazione delle sacre Specie nella pietà del popolo cristiano è uno degli elementi decisivi che farà del Giovedì Santo un giorno del Triduo sacro.

Il venerdì

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi la voce Venerdì Santo.

Il Venerdì Santo nella Roma del V secolo si celebra esclusivamente una liturgia della Parola; lo attestano le omelie di san Leone Magno e Lettera di papa Innocenzo I citata sopra.

Per la metà del VII secolo la liturgia papale ci ha tramandato solo le orazioni solenni che appartengono alla liturgia della Parola[12]. Nella stessa epoca, nelle chiese presbiterali dei Titoli, la liturgia della Parola è collegata con l'adorazione della Croce e con la comunione di tutti i partecipanti con pane e vino consacrati il giorno anteriore[13].

Nei libri liturgici dell'alto Medioevo la Comunione non è sempre praticata. Nei libri liturgici del XIII secolo è prescritta la Comunione del solo pontefice. Prende così il via la pratica che riserverà la Comunione al solo presidente della celebrazione. Questa norma passa al Messale di Pio V del 1570, e resta in vigore fino alla riforma di Pio XII del 1956: questa permise di nuovo la Comunione di tutti i partecipanti.

Il sabato

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi la voce Sabato Santo.

Il Sabato Santo fu originariamente un giorno aliturgico, dedicato cioè alla preghiera, alla penitenza e al digiuno.

La Veglia Pasquale

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi la voce Veglia Pasquale.

La Veglia pasquale è il momento culminante e il nucleo da cui è nato il Triduo sacro.

Nel VII secolo essa ha una ricca struttura rituale imperniata su tre elementi fondamentali:[14]

la liturgia dei Titoli inizia con l'accensione e benedizione del cero pasquale, rito che è accolto solo più tardi nella liturgia papale.

La celebrazione della Veglia tende sempre di più ad anticiparsi alle ore pomeridiane, fino a che, col Messale di Pio V del 1570, viene fissata al mattino del sabato. In questo contesto appare e si consolida la Messa della domenica di Pasqua: il Sacramentario Gelasiano[15] e il Sacramentario Gregoriano[16] offrono ciascuno un formulario domenicale, nel quale la risurrezione di Gesù è presentata come parte dell'unico mistero pasquale. Le fonti posteriori parleranno ormai di Domenica di Risurrezione.

Per quanto riguarda l'ordinamento delle letture bibliche della Veglia Pasquale, gli autori non sono d'accordo nell'interpretazione dei dati forniti dagli antichi Lezionari e Sacramentari. Secondo l'opinione più comune, l'antica liturgia romana conosceva due schemi di letture:

  • quella che fa capo al Sacramentario Gregoriano[17], con quattro letture dell'Antico Testamento più due del Nuovo;
  • quella che fa capo al Sacramentario Gelasiano[18] con dieci letture dell'Antico Testamento più due del Nuovo.

Posteriormente, nel Messale Romano del 1570, le letture arriveranno ad essere fino a dodici dell'Antico Testamento più due del Nuovo.

A fronte della collocazione mattutina risalente al XVI secolo, Pio XII ripristinò sperimentalmente la Veglia nel 1951. Nel 1955 poi l'intero Triduo Pasquale riebbe la sua autentica unità.

La riforma del 1956 ridusse poi le letture dell'Antico Testamento a quattro (Gen 1,1-31; 2,1-2; Es 14,24-31; 15,1; Is 4,2-6; Dt 31,22-30) e conservò le due del Nuovo (Col 3,1-4; Mt 28,1-7).

La riforma seguita al Concilio Vaticano II ridette all'intera celebrazione maggiore unità, semplicità e ricchezza di contenuti.

La Settimana Santa

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi la voce Settimana Santa.

Il Triduo sacro forma parte di ciò che oggi noi chiamiamo Settimana santa, la quale ha già nei secoli VI-VII una sua propria personalità celebrativa, il cui nucleo centrale è la passione del Signore, tema che negli antichi Sacramentari dà il nome alla domenica che precede quella di Pasqua. Il rito delle Palme, che a Gerusalemme caratterizzava questa domenica nella seconda parte del IV secolo, arrivò a Roma solo alla fine del X secolo.


Note
  1. Matteo Ferrari (2010).
  2. La celebrazione inizia direttamente con l'orazione colletta.
  3. Il fatto che nel giorno di Pasqua si celebri l'Eucaristia porta in realtà fuori da questa logica; va però tenuto presente che tale celebrazione della Domenica di Risurrezione nasce molto tardi: non se ne ha notizia prima del IX secolo.
  4. Cfr. nn. 352-367.
  5. NN. 391-394.
  6. Cfr. Sacramentario Gelasiano, nn. 375-390; Sacramentario Gregoriano, nn. 328-337.
  7. N. XCIX, 222.
  8. N. XCIX, 252.
  9. N. XCIX, 224.
  10. Cfr. Pontificale Romano del 1596, Parte III.
  11. Nel 1264 Urbano IV istituì la festa del Corpus Domini.
  12. Cfr. Sacramentario Gregoriano, nn. 338-355.
  13. Cfr. Sacramentario Gelasiano, nn. 395-418.
  14. Per la liturgia papale: Sacramentario Gregoriano, nn. 362-382; per la liturgia dei Titoli presbiterali: Sacramentario Gelasiano, nn. 425-462.
  15. NN. 463-467.
  16. NN. 383-391.
  17. NN. 362-372.
  18. NN. 431-443.
Bibliografia
Voci correlate
Collegamenti esterni
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Il contenuto di questa voce è stato firmato il giorno 22 aprile 2014 da don Paolo Benvenuto, baccelliere in Teologia.

Il firmatario ne garantisce la correttezza, la scientificità, l'equilibrio delle sue parti.

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