San Felice da Cantalice

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San Felice da Cantalice Porro, O.F.M. Cap.
Religioso
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Santo
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Pieter Paul Rubens, San Felice da Cantalice (prima metà del XVII secolo), olio su tela
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Titolo
Incarichi attuali
Età alla morte circa 72 anni
Nascita Cantalice
1515 ca.
Morte Roma
18 maggio 1587
Sepoltura
Appartenenza
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Professione religiosa 18 maggio 1545
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Nomine
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Proclamazioni
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Eventi

Iter verso la canonizzazione

Venerato da Chiesa cattolica
Venerabile il [[]]
Beatificazione 1° ottobre 1625, da Urbano VII
Canonizzazione 22 maggio 1712, da Clemente XI
Ricorrenza 18 maggio
Altre ricorrenze
Santuario principale
Attributi
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Coniuge

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Consorte

Consorte di

Figli
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Collegamenti esterni
Scheda su santiebeati.it
Tutti-i-santi.jpgNel Martirologio Romano, 18 maggio, n. 9:
« A Roma, san Felice da Cantalice, religioso dell’Ordine dei Frati Minori Cappuccini, di austerità e semplicità mirabili, che per quarant’anni si dedicò a raccogliere elemosine, disseminando intorno a sé pace e carità. »

San Felice da Cantalice Porro (Cantalice, 1515 ca.; † Roma, 18 maggio 1587) è stato un religioso italiano. Fu un fratello laico cappuccino, col dono di predire il futuro, penetrare nel segreto dei cuori e conoscere le cose lontane[1].

Biografia

Infanzia e vocazione

Figlio di poveri, ma onesti contadini, quando aveva appena otto anni il padre, costretto dalla necessità, lo mandò a fare il pastore presso il nobile Marco Tullio Pichi di Cittaducale. Il fanciullo, con la sua vita di penitenza e preghiera e di assiduità quotidiana alla Messa, s'impose presto all'ammirazione del padrone, che volle dargli alloggio nel suo palazzo per essere di esempio ai suoi figli; gli stessi compagni di lavoro, che in un primo tempo lo deridevano, finirono col seguirne l'esempio.

Sin da piccolo fu protagonista di episodi prodigiosi: un giorno fu visto contemporaneamente in chiesa e nel campo dove il padrone lo aveva mandato. Ricevette le visite di un angelo, che gli comunicò che il Signore lo chiamava al suo servizio e gli suggerì di andare a trovare i cappuccini di Rieti i quali gli avrebbero detto quello che doveva fare. Ma Felice fino ai trent'anni non seppe distaccarsi dalla vita agreste.

Inizio della vita religiosa

Nel 1533, dopo aver fatto distribuire quanto gli apparteneva ai poveri, Felice chiese di essere accettato nel convento dei cappuccini presso il santuario di Santa Maria del Monte di Cittaducale. Fu ammesso al noviziato di Fiuggi, dove in breve tempo divenne modello di virtù per tutti.

Fu colpito da una lenta febbre e da un indebolimento generale che lo ridussero in fin di vita, ma si rimise e il 18 maggio del 1543 poté consacrarsi a Dio con i tre voti di obbedienza, povertà e castità. Dopo la professione religiosa dimorò successivamente nel convento di Tivoli, di Viterbo e dell'Aquila e, dal 1547, in quello romano di San Niccolò dei Porci (ora Santa Croce dei Lucchesi), ai piedi del Quirinale.

Vita di questua e penitenza

Nel suo ufficio di questuante, durato quarant'anni, si aggirò per le strade di Roma con atteggiamento umile e con la corona del rosario in mano; si faceva chiamare "l'asino dei Cappuccini"[2] e affermava di essere il più grande peccatore del mondo, indegno del nome di religioso[3].

La vita di Felice fu una continua penitenza:

  • nel cibo, per cui aborriva il cibo raffinato, preferendo erbe e radici, digiunava per tutta la quaresima e si nutriva di pane e acqua tutti i venerdì e i sabati dell'anno;
  • nelle vesti, per cui anche nelle stagioni più fredde non si copriva il capo e andava a piedi scalzi; usò per tutta la vita un solo abito rattoppato;
  • nei beni, tenendo per sé solo lo stretto necessario ed avendo sommo orrore per il denaro[4].

Inoltre, si flagellava duramente e dormiva soltanto tre ore per notte su assi di legno.

Tenne il pesante incarico della questua sino alla morte.

Fama di santo

Stefano da Carpi, Miracolo di san Felice da Cantalice (1780 ca.), olio su tela; Reggio Emilia, Museo dei Cappuccini

Più si mortificava e si umiliava, più Felice era riverito e venerato come un santo da ogni categoria di persone. Papa Sisto V, tutte le volte che lo incontrava, gli chiedeva per carità una pagnottella che mangiava metà a pranzo e metà a cena. Non avendone delle bianche, una volta il santo gliene diede una bigia dicendogli, contentatevi, Padre Santo, siete frate anche voi! San Filippo Neri per Felice ebbe una venerazione del tutto singolare. Lo riteneva la persona più santa di Roma e quando lo incontrava per via era capace di chiedergli ora la benedizione, ora una fiasca di vino cui s'attaccava tra le risa bonarie dei passanti. In compenso gli metteva sul capo il suo cappello.

Quando san Carlo Borromeo chiese a san Filippo un parere riguardo alla Regola che aveva scritto per i suoi Oblati, questi lo condusse da Felice. Costui si scusò col dire che era analfabeta. Non importa, gli rispose l'apostolo di Roma, fattevela leggere e quando ritorneremo ci dirai il tuo parere. L'umile fraticello propose due migliorie che il Borromeo adottò.

Papa Paolo V chiamò fra Felice "santo di corpo e di spirito". Semplice e puro, egli amava tutte le creature perché in esse vedeva riflesso Dio. Predilesse specialmente i fanciulli, i quali lo riamarono con pari affetto. Per le famiglie cadute in povertà egli era il vero angelo consolatore. Non si vergognava di andare per essi a bussare alla porta dei ricchi ai quali diceva:

« Quei poveri stracci a voi tanto inutili in questa vita, nell'altra saranno per voi broccati con i quali vi presenterete vestiti al convito del gran Re[1]»

Il dono della divinazione e le estasi

Ricevette il dono divino di predire il futuro, di penetrare nel segreto dei cuori e di conoscere le cose lontane. Egli parlò del trionfo dei cristiani contro i Turchi a Lepanto del 1571 prima ancora che ne fosse giunta la notizia a Roma; a Papa Sisto V predisse il papato; ad altri la vocazione religiosa; ad altri una morte imminente. Perfetto imitatore del san Francesco d'Assisi, fin dalla tenera età fra Felice ebbe in sé e comunicò agli altri il dono della pace. Quando udiva parole di sdegno esclamava:

« Pace! Pace! Solo con il demonio e con il peccato non dobbiamo mai aver pace[1]»

Papa Gregorio XIII aveva scomunicato e interdetto gli abitanti di Cantalice perché avevano assalito il palazzo vescovile di Cittaducale e percosso il vescovo. Quando lo seppe, Felice digiunò e macerò il suo corpo, poi si recò dal Papa per implorare il perdono ai suoi maneschi compaesani. Munito di lettere che concedevano il perdono e la riconciliazione, egli fu accolto nel suo paese natale con vivi segni di riconoscenza. In quell'occasione i parenti gli prepararono una buona cena, ma egli preferì mangiare delle fave fresche che una sua cognata, dietro sua insistenza, andò a raccogliere nell'orto nonostante fosse fuori stagione.

Pur non sapendo né leggere né scrivere, fra Felice possedeva la scienza di Dio, scritta in sei lettere, cinque rosse, le piaghe del crocifisso, e una bianca, la Santissima Vergine. Innamorato della croce, se ne stava lunghe ore inginocchiato dinanzi ad essa a meditare la Passione di Gesù e a piangere di compassione i suoi dolori. Dopo il mattutino passava molte ore in chiesa, non disponendo di molto tempo durante la giornata a motivo della questua.

Una notte, fra Dionisio da Paterno lo udì gridare: "Gesù! Gesù!" e poi lo vide sollevarsi alcuni palmi da terra, rapito in estasi.

In una notte di Natale Maria gli fece vedere come Gesù nacque nella grotta di Betlemme.

Nelle sue preghiere ripeteva sovente:

« Presto, presto, o Signore, chiamatemi a Voi. »

Più volte fu udito dire:

« Per andarmene a Dio ogni ora mi pare mille anni. »

Morte

Tomba di san Felice da Cantalice; Roma, Chiesa di Santa Maria della Concezione dei Cappuccini

Il 30 aprile del 1587 si ammalò gravemente e il 18 maggio morì.

Un misterioso liquore colore argento scaturì dal suo corpo e servì a guarire una moltitudine di infermi.

Culto

Papa Sisto V ordinò d'istruire subito dopo la morte il processo di canonizzazione che venne portato a termine tra il 10 giugno e il 10 novembre 1587, ma senza concludersi con la canonizzazione. Papa Urbano VIII beatificò fra Felice il 1 ottobre del 1625 e Papa Clemente XI lo canonizzò il 22 maggio del 1712. Le sue reliquie sono venerate a Roma nella chiesa di Santa Maria della Concezione, dei Cappuccini.

Nell'arte

Fra le opere di maggior rilievo storico-artistico, che lo raffigurano, si ricorda:

Note
  1. 1,0 1,1 1,2 Guido Pettinati, I Santi canonizzati del giorno, Edizioni Segno, Udine, Vol. V, 1991, p. 223-228.
  2. Se qualcuno lo insultava durante le sue questue egli si limitava a rispondergli:
    « Il Signore si degni fare di te un santo. »
  3. La sua massima era:
    « Io non posso e non debbo avere volontà propria; tutta la mia soddisfazione e contentezza di cuore consiste nell'operare sempre sotto la direzione dei miei superiori»
  4. Un giorno gli alunni del Collegio Romano gli lasciarono cadere una moneta nella bisaccia. Il santo ne rimase oppresso. Gettandola lontano esclamò:
    « Ah, moneta crudele! Ecco perché io non potevo più reggere al peso della mia bisaccia. Ti raccolga chi t'ama!. »
Voci correlate
Collegamenti esterni

Suggerimenti



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