Canone Romano

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Te igitur da Messale italiano, 1250 ca.
(LA) (IT)
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Et cum sancta sancte administrari conveniat, sitque hoc omnium sanctissimum sacrificium: Ecclesia catholica, ut digne reverenterque offerretur ac perciperetur, sacrum canonem multis ante saeculis instituit, ita ab omni errore purum, ut nihil in eo contineatur, quod non maxime sanctitatem ac pietatem quandam redoleat mentesque offerentium in Deum erigat. Is enim constat cum ex ipsis Domini verbis, tum ex Apostolorum traditionibus ac sanctorum quoque Pontificum piis institutionibus.
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E dato che le cose sante devono essere amministrate santamente, e questo sacrificio è la cosa più santa fra tutte, affinché esso fosse offerto e ricevuto degnamente e con riverenza, la Chiesa cattolica da molti secoli ha stabilito il sacro Canone, così puro da ogni errore da non contenere niente che non profumi di una grandissima santità e pietà e che non elevi a Dio le menti di coloro che lo offrono. Esso infatti è costituito in parte dalle parole stesse del Signore, in parte da ciò che è stato tramandato dagli Apostoli e anche da quel che è stato piamente stabilito dai santi pontefici
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(Concilio di Trento, sessione XXII, Decreto Doctrina de SS. Missae Sacrificio, 17 settembre 1562, c. 4: DS 1745 )

Il Canone Romano è l'antica Preghiera Eucaristica del Rito Romano; oggi è la prima e la più importante delle quattro preghiere eucaristiche riportate nel Messale Romano.

Nel suo linguaggio solenne e ieratico rivela una ricca teologia dell'offerta, e la tematica del sacrificio trova in alcuni riferimenti biblici delle sottolineature di grande valore dottrinale[1].

« [..] È il monumento letterario più importante del culto occidentale»
(Arnaldo Roberti, 1949, 548)

Dalla tarda antichità fino alla riforma liturgica effettuata dopo il Concilio Vaticano II era l'unica Preghiera Eucaristica del Rito Romano, ed è ancora così per la forma straordinaria di questo rito, celebrata in accordo al Missale Romanum del 1962[2].

Storia

Il Canone Romano può nel suo complesso risalire al IV secolo, quantunque per la composizione l'autore si sia servito della tradizione locale e di documenti anteriori[3].

Dal IV al VI secolo il Canone è in formazione; dal VI al XIII secolo poi si fissa, per arrivare al testo che odierno[4].

Prima del IV secolo

La testimonianza romana più antica di una Preghiera Eucaristica si trova nella Prima Apologia di San Giustino martire († 165). Giustino, che è testimone degli usi liturgici romani, presenta una traccia del canone del suo tempo, articolandolo in azione di grazie e supplica[5]; poco più avanti[6], descrivendo l'Eucaristia domenicale, scrive che colui che presiede rende grazie "per quanto può, secondo la sua capacità". Lo schema della Preghiera sembra stabilito, ma c'è spazio per un'ampia creatività[7].

L'Anafora che Ippolito[8] († 235) riporta nella Tradizione Apostolica è la prima testimonianza romana di una Prece Eucaristica completa. Il testo risale circa al 215, ma non rappresenta la liturgia romana[7] quanto quella Antiochena[9], e ha lasciato solo deboli vestigia nel Canone Romano attuale.

I frammenti nel De Sacramentis e altri frammenti antichi

Solo a partire dal IV secolo compaiono frammenti di Preghiera Eucaristica, e i più significativi sono quelli riportati da Sant'Ambrogio († 397) nel suo De Sacramentis; tale opera consiste in una serie di catechesi tenute ai nuovi battezzati attorno all'anno 390; in essa il vescovo di Milano cita in modo esteso brani della Preghiera Eucaristica utilizzata in quel tempo nella sua città[10]. I brani citati rappresentano le prime formulazioni delle preghiere Quam oblationem, Qui pridie, Unde et memores, Supra quae, e Supplices te rogamus del Canone che si trova successivamente nei primi Sacramentari romani. Tali formule sono già sensibilmente sviluppate e lontane dal nucleo primitivo[2].

Il primo brano rappresenta "un fugace sguardo sull'inizio della Preghiera Eucaristica che egli conosce"[11]:

(LA) (IT)
« Consecratio igitur quibus verbis est et cuius sermonibus? Domini Iesu. Nam et reliqua omnia quae dicuntur in superioribus a sacerdote dicuntur: laus Deo, defertur oratio, petitur pro populo, pro regibus, pro caeteris; ubi venitur ut conficiatur venerabile sacramentum, iam non sui sermonibus utitur sacerdos [..] » « Quindi con quali parole e per espressione di chi avviene la consacrazione? Del Signore Gesù. Infatti tutte le altre cose pronunciate precedentemente sono dette dal sacerdote: [si dà] lode a Dio, si presenta la supplica, si prega per il popolo, per i re, per tutti gli altri; quando si giunge però al punto in cui viene celebrato[12] il venerabile Sacramento, il sacerdote non si serve più di parole sue. »
(Libro IV, 14[13] )

Sembra evidente che la laus corrisponde all'inizio della Preghiera, cioè al Prefazio. L'Oratio è invece un'intercessione che precede la Consacrazione[14].

È da notare l'insistenza di Ambrogio sull'efficacia delle parole stesse di Cristo per la Consacrazione nell'espressione ut conficiatur venerabile sacramentum; poco più avanti Ambrogio afferma che ergo sermo Christi conficit sacramentum, "perciò le parole di Cristo celebrano[12] il Sacramento"[15].

Il secondo brano riporta alcune parti del Canone, e segnatamente la Consacrazione:

(LA) (IT)
« Vis scire quia verbis caelestibus consecratur? Accipe quae sunt verba. Dicit sacerdos: Fac nobis, inquit, hanc oblationem scriptam, rationabilem, acceptabilem; quod est figura[16] corporis et sanguinis Domini nostri Iesu Christi. Qui pridie quam pateretur, in sanctis manibus suis accepit panem, respexit ad coelum, ad te, sancte Pater omnipotens aeterne Deus, gratias agens benedixit, fregit, fractumque apostolis et discipulis suis tradidit dicens: Accipite ed edite ex hoc omnes, hoc est enim corpus meum quod multis confringetur[17]. - Adverte. - Similiter etiam calicem postquam cenatum est, pridie quam pateretur, accepit, respexit ad caelum ad te, sancte Pater omnipotens aeterne Deus, gratias agens benedixit, apostolis et discipulis suis tradidit dicens: Accipit et bibite ex hoc omnes, hic est enim sanguis meus[18]. Vide, illa omnia verba evangelistae sunt usque ad accipite sive corpus, sive sanguinem, inde verba sunt Christi: Accipite et bibite ex hoc omnes, hic est enim sanguis meus. Deide quantum sit sacramentum, cognosce. Vide quid dicat: quotiescumque hoc feceritis, totiens commemorationem mei facietis, donec iterum adveniam. » « Vuoi sapere che la Consacrazione avviene con parole celesti? Ascolta quali sono le parole. Il sacerdote dice: "Rendi per noi questa offerta ratificata[19], spirituale[20], gradita; poiché è figura del Corpo e del Sangue di nostro Signore Gesù Cristo. Egli, il giorno prima di subire la passione, prese il pane nelle sue sante mani, volse gli occhi al cielo, a te, Padre, onnipotente Dio eterno, rendendo grazie lo benedisse, lo spezzò, e spezzato lo consegnò ai suoi apostoli e ai discepoli dicendo: Prendete e mangiatene tutti, questo è infatti il mio corpo che è spezzato per molti. - Stai attento! - Allo stesso modo, dopo aver cenato, la vigilia della sua passione, prese anche il calice, alzò gli occhi al cielo, a te, Padre santo, onnipotente Dio eterno, rendendo grazie lo benedisse, e lo consegnò ai suoi apostoli e ai discepoli dicendo: Prendete e bevetene tutti, questo è infatti il mio sangue". Osserva che tutte quelle parole sono dell'evangelista, fino a "prendete" il corpo o il sangue, poi le parole sono di Cristo: "Prendete e bevetene tutti, questo è infatti il mio sangue". Considera quindi quanto grande sia questo Sacramento. Osserva ciò che dice: "Ogni volta che lo avrete fatto, farete ogni volta memoria di me, finché verrò di nuovo. »
(Libro IV, 21-22.26[21] )

Viene fatta notare la somiglianza del Canone Romano con questo testo, e insieme la presenza di alcune differenze[22].

Il termine "figura", rimanda al versetto di San Paolo indicato nella nota all'interno del testo, ma anche alle espressioni dell'Eucologio di Serapione di Thmuis: Hic panis sancti corporis est similitudo, quoniam Iesus Christus, in qua nocte [..][23], "Questo pane è similitudine del santo Corpo, poiché Gesù Cristo, nella notte in cui [..]".

Il modo di esprimersi del testo gli conferisce una forza teologica particolare: l'offerta (oblatio) è gradita (acceptabilis) poiché è "realtà, al di là del simbolo" (figura), del Corpo e Sangue del Signore. Abbiamo qui un'eco del linguaggio di San Paolo, che è anche quello di Alessandria.

Si nota anche una certa ricerca di parallelismo letterario che si ritroverà, con termini vicini, anche nelle anafore alessandrine.

Il terzo brano è anch'esso molto simile a varie parti del Canone Romano:

(LA) (IT)
« Et sacerdos dicit: Ergo memores gloriosissimae eius passionis et ab inferis resurrectionis et in caelum ascensionis offerimus tibi hanc immaculatam hostiam, rationabilem hostiam, incruentam hostiam, hunc panem sanctum et calicem vitae aeternae. Et petimus et precamur, uti hanc obla­tionem suscipias in sublime altare tuum per manus angelorum tuorum, sicut suscipere dignatus es munera pueri tui iusti Abel et sacrificium patriarchae nostri Abrahae et quod tibi obtulit summus sacerdos Melchisedech. » « E il sacerdote dice: "Dunque memori della sua gloriosissima passione e risurrezione dagli inferi e ascensione al cielo ti offriamo questa vittima immacolata, sacrificio spirituale[20], vittima incruenta, questo pane santo e questo calice di vita eterna. E ti chiediamo e supplichiamo, affinché tu accolga questa offerta sul tuo altare celeste per mano dei tuoi angeli, come ti sei degnato di ricevere i doni del tuo figlio il giusto Abele e il sacrificio del nostro patriarca Abramo e quello che ti offrì il sommo sacerdote Melchisedech". »
(Libro IV, 27[24] )
Il terzo frammento di Ambrogio e i testi del Canone Romano
Ambrogio Canone Romano
Ergo memores gloriosissimae eius passionis et ab inferis resurrectionis et in caelum ascensionis offerimus tibi hanc immaculatam hostiam, rationabilem hostiam, incruentam hostiam, hunc panem sanctum et calicem vitae aeternae. Unde et mémores, Dómine, nos servi tui, sed et plebs tua sancta, eiúsdem Christi Fílii tui, Dómini nostri, tam beátae passiónis, nec non et ab ínferis resurrectiónis, sed et in caelos gloriósae ascensiónis: offérimus praeclárae maiestáti tuae, de tuis donis, ac datis hóstiam puram, hóstiam sanctam, hóstiam immaculátam, Panem sanctum vitae aetérnae et cálicem salútis perpétuae.
Et petimus et precamur, uti hanc obla­tionem suscipias in sublime altare tuum per manus angelorum tuorum,
sicut suscipere dignatus es munera pueri tui iusti Abel et sacrificium patriarchae nostri Abrahae et quod tibi obtulit summus sacerdos Melchisedech. Supra quae propítio ac seréno vultu respícere dignéris: et accépta habére, sícuti accépta habére dignátus es múnera púeri tui iusti Abel, et sacrifícium Patriárchae nostri Abrahae: et quod tibi óbtulit summus sacérdos tuus Melchísedech, sanctum sacrifícium, immaculátam hóstiam.
Súpplices te rogámus, omnípotens Deus: iube haec perférri per manus sancti Angeli tui in sublíme altáre tuum, in conspéctu divinae maiestátis tuae: ut quotquot, ex hac altáris participatióne sacrosánctum Fílii tui Córpus et Sánguinem sumpsérimus ómni benedictióne caelesti et grátia repleámur.

Tale preghiera è già quella che rimarrà nel Canone Romano; questo però ha diviso in tre parti, ampliandola, la preghiera molto unitaria di Ambrogio (vedi schema a lato):

  • la parte iniziale corrisponde all'Unde et memores (anamnesis) del Canone Romano; in essa sono da notare le espressioni rationabilem hostiam, incruentam hostiam, che presentano, insieme al termine figura che compare nel secondo brano, una teologia già molto salda;
  • segue poi una preghiera di offerta, o piuttosto una domanda di accettazione del sacrificio, che corrisponde al Supplices te rogamos del Canone; vi compare la menzione del ministero angelico, al plurale in Ambrogio, al singolare nel Canone Romano;
  • infine vi è il ricordo dei tipi del sacrificio eucaristico: quelli di Abele, di Abramo e di Melchisedech, che il Canone Romano inserisce all'interno del Supra quae propítio.

Il Canone Romano però inverte la seconda e la terza parte della preghiera di Ambrogio, ma deve introdurre la menzione angelica con una formula "passe-partout" spesso utilizzata nelle preghiere: Supplices te rogamus omnipotens Deus.... Gli studiosi si sono chiesti anzitutto quale delle due successioni sarebbe quella originaria:

  • si è ipotizzato che sia Ambrogio ad invertire: egli sta facendo una catechesi che uno stenografo raccoglie, e sta citando a memoria; potrebbe dunque aver invertito la preghiere;
  • la maggior parte degli studiosi ritiene però che sia avvenuto il contrario: sarebbe stato il Canone Romano a operare un rifacimento abbastanza importante.

Riguardo poi al perché di questa inversione, il motivo potrebbe essere:

  • quello di proporre delle preghiere più brevi, secondo lo stile romano;
  • oppure quello di mettere maggiormente in rilievo l'attività della Chiesa che offre;
  • oppure, ancora, la preghiera Supplices te rogamos omnipotens Deus poteva variare, come constatiamo in un frammento della liturgia ispanica in cui, dopo aver ricordato il sacrificio di Melchisedech, si chiede che la benedizione di Dio scenda sul sacrificio;
  • oppure, infine, la preghiera avrebbe potuto essere, in certi casi, una specie di epiclesi più accentuata.
I frammenti editi dal Mai

Abbiamo dei frammenti del Canone, il cui autore è ariano, che sono di origine romana e sembrano situarsi tra il IV secolo e l'inizio del VI[25]; sono stati editi dal Mai. In essi la preghiera di accettazione delle offerte per il sacrificio inizia subito dopo il prefazio, a questa maniera: Per Iesum Christum Dominum et Deum nostrum, per quem petimus et rogamus, "per Gesù Cristo Signore e Dio nostro, per mezzo del quale chiediamo e preghiamo". Si discute se questo Canone non avesse il Sanctus. Il testo mostra una teologia del sacrificio già sviluppata, perché in esso gratias agere ("rendere grazie") e sacrificium offerre ("offrire il sacrificio") sono due azioni in sé differenti ma intimamente legate: non si può rendere grazie senza offrire al Padre il sacrificio del Figlio.

I frammenti mozarabici

Ci sono conservati anche alcuni frammenti della Liturgia ispanica[26], chiamati Mozarabici: essi hanno un carattere arcaico che raggiunge l'origine del Canone Romano[25]. Due tra questi frammenti sono molto importanti; essi si situano tra il testo di Ambrogio e il Canone gregoriano Sono sostanzialmente fedeli al testo di Ambrogio.

  • Uno di questi frammenti omette alcune parole riportata invece da Ambrogio: sanctum sacrificium, immaculatam hostiam ("santo sacrificio, immacolata vittima"); il Liber Pontificalis informa che fu San Leone Magno († 461) a introdurle nella preghiera Supra quae.
  • Un altro frammento riporta il testo di un Memento inserito tra l'inizio della Preghiera Eucaristica e la preghiera che precede immediatamente la Consacrazione; esso riprende un importante espressione che Ambrogio riporta nei suoi frammenti di Canone; se Ambrogio aveva quod est figura corporis et sanguinis Domini ("che è figura del corpo e sangue del Signore"), il frammento mozarabico ha, in maniera molto simile: Quorum oblationem benedictam, ratam, rationabile facere digneris, quae est imago et similitudo corporis et sanguinis Iesu Christi, Filii tui, ac redemptoris nostri[27] ("Degnati di rendere quest'offerta benedetta, accetta, spirituale: essa è immagine e similitudine del corpo e sangue di Gesù Cristo, Figlio tuo e redentore nostro"). In questa frase il frammento mozarabico è in accordo un testo di papa Gelasio della fine V secolo, nella quale si legge Imago et similitudo corporis et sanguinis Christi in actione mysteriorum celebrantur[28], "Nell'azione liturgica dei santi misteri si celebrano l'immagine e la similitudine del corpo e sangue di Cristo".
Valutazione

Tra il III e il IV secolo dunque il Canone Romano ha ricevuto la sua redazione sostanziale.

La vicinanza tra i tre gruppi di frammenti analizzati dimostra che tutti provengono da una Preghiera Eucaristica già ben costruita, e della quale riprendono largamente il vocabolario[29].

A partire da questi frammenti, che ci riportano a metà del V secolo, rimane però molto difficile ricostruire il Canone primitivo, ed ogni tentativo rimane nel puro campo delle ipotesi[30]. Specificarne l'autore, poi, "è avventurarsi nella preistoria della liturgia e affrontare questioni pressoché insolubili"[3]. A Roma stessa, nel V-VI secolo, epoca della composizione del Liber Pontificalis, si sapeva poco delle origini e dell'autore della Preghiera Eucaristica: ci si accontentava di un "si dice", e Papa Vigilio, scrivendo nel 538 a Profuturo di Braga lo ritiene addirittura ex traditione apostolica susceptum ("ricevuto dalla tradizione apostolica").

I primi sviluppi

Il primo testimone del testo completo del Canone Romano è il Sacramentario Gelasiano Antico[31] (VII-VIII secolo). Il testo in esso riportato riprende quello di Sant'Ambrogio, ma con importanti rimaneggiamenti. Così come è improbabile che sia Papa Gelasio l'autore del Gelasianum Vetus, ugualmente non si ha alcuna certezza che si debba allo stesso papa la redazione del testo del Canone, anche se la maggior parte degli studiosi ritiene verosimile l'affermazione del Messale di Stowe: Incipit Canon dominicus Papae Gelasii ("inizia il Canone del Signore di Papa Gelasio")[32].

Il testo del Gelasiano è stato rivisto al tempo di San Gregorio Magno († 604) da persone private o incaricate dai papi; Gregorio peraltro non professa stima esagerata al Canone Romano e lo considera come precem quam scholasticus composuerat ("preghiera che un dotto aveva composto"), opera quindi di un anonimo letterato[33]. Resta però il fatto che il testo si impone, con varianti più o meno importanti, a tutta la Chiesa occidentale.

Lo studio del Canone Romano nel I millennio lascia aperti vari interrogativi[34]:

  • La collocazione delle intercessioni: alcuni documenti fanno pensare che in epoca antica esse si trovassero al momento dell'offertorio; rimane però il fatto che Ambrogio le presenta all'interno del Canone. In definitiva "l'ipotesi che il Canone Romano non avrebbe conosciuto questi dittici nel luogo in cui si trovano attualmente non ha molti appoggi"[35];
  • L'esistenza o meno in passato di un'epiclesi, attualmente assente: qualcuno ha ipotizzato che ci fosse, e che vi fossero delle allusioni ad essa nel Quam oblationem e nel Supplices te rogamus; la conclusione di quest'ultima preghiera assomiglia a una conclusione di epiclesi. Papa Gelasio parla dell'intervento dello Spirito nella consacrazione[36], ma ciò non prova la presenza di un testo liturgico epicletico.

Cambiamenti dovuti a nuove sensibilità teologiche

Verso la fine del I millennio inizia a presentarsi la prassi della recita in silenzio del Canone. Non vi è alcun dubbio che antecedentemente il Canone fu pregato ad alta voce. Nel IX secolo l'Ordo Romano XXVIII, il cui archetipo romano risale al IX secolo, ha una rubrica concernente l'Exsultet che prescrive di eseguirlo come il Canone: Decantando quasi canonem, "cantandolo come il Canone"[37]. Però l'Ordo I e l'Ordo XV (dopo il 787) parlano di una recitazione dissimili voce, ita ut a circumstantibus altare tantum audiatur, "con voce diversa, cosicché venga udito solo da quanti sono vicini all'altare"[38]. Poi l'Ordo V, che appare nel X secolo e che è destinato al clero francese, afferma: surgit solus pontifex et tacite intrat in canonem, "si alza solo il pontefice e in silenzio entra nel Canone". Circa i motivi di questa evoluzione si è pensato a un'influenza orientale; vi influì senz'altro anche il nuovo modo di concepire la celebrazione eucaristica come discesa della divinità sull'altare, per cui il cerimoniale si allontana sempre più dal concetto di cena sacrificale del Signore.

Anche il gesto dell'elevazione è legato alla stessa concezione della discesa del Signore sull'altare: l'Ostia viene sollevata per il desiderio dei fedeli di vederla. Questa prima elevazione dopo la consacrazione del pane sembra avere lo scopo di sottolineare più l'efficacia immediata delle parole consacratorie che l'espressione della presenza reale; secondo alcuni infatti il pane non sarebbe stato consacrato che dopo la consacrazione del vino. Sta di fatto che nel XII secolo un decreto giunge a prescrivere l'elevazione. Il calice invece fu elevato solo in seguito, un secolo dopo, per una specie di parallelismo. Queste elevazioni portarono come conseguenza la perdita d'importanza dell'elevazione effettuata alla dossologia finale; essa rivestiva precedentemente un'importanza molto maggiore.

Con il tempo si moltiplicano anche i segni della croce. Essi hanno il loro punto di partenza nella teologia di Amalario di Metz († 850 ca.), il quale vedeva nella Messa non la riproduzione dell'Ultima Cena e attraverso di essa l'attualizzazione del sacrificio del Calvario, quanto la rappresentazione diretta del Calvario, che bisognava simboleggiare il più possibile. I segni di croce che appaiono alla dossologia si rivestono di simbolismi sempre più numerosi, e provocano l'attenuazione dell'elevazione dell'Ostia e del calice[39].

Abusi e istanze di riforma

Gli sviluppi nella forma di celebrare la Messa avvenuti nei secoli precedenti il Concilio di Trento avevano portato anche a prassi abusive, tra le quali le chiacchiere coi fedeli prima della celebrazione, il compiacersi di gesti teatrali da parte dei sacerdoti, il piazzarsi in faccia al sacerdote celebrante da parte dei fedeli; lo stesso Concilio stabilì una speciale commissione che poté raccoglierne un centinaio.

Uno studioso di liturgia così sintetizza la situazione dell'epoca:

« Il corpo di Cristo aveva preso l'aspetto di una grande macchina tutta umana di salvezza attraverso sacramenti messi in opera per motivi tutti umani da uomini che agivano in nome e con la tecnica di un Cristo assente. Macchina che era venuta crescendo in modo assai complicato. [...] Tutta la sua forza e la sua energia erano assorbite dal mantenere sé stessa in funzione. [...] La vita della Chiesa era in mano alla macchina e la macchina funzionava, ma altro non si può dire. »
(Gregory Dix, The shape of liturgy, Glasgow 1945[40])

Basandosi su questi abusi i protestanti rifiutavano la Messa e in particolare il Canone. Lutero paragonava il Canone Romano all'altare che Acaz mise al posto dell'altare di bronzo nel Tempio di Salomone (cfr. 2Re 16,7-18):

« L'empio Acaz tolse l'altare di bronzo e lo sostituì con un altro fatto venire da Damasco. Parlo del lacero e abominevole Canone raccolta di omissioni e di immondezze: lì la Messa ha preso a diventare un sacrificio, lì furono aggiunti l'offertorio e orazioni mercenarie, lì furono inserite in mezzo al Sanctus e al Gloria in excelsis sequenze e frasi. [...] E neppure oggi si smette di fare aggiunte a questo Canone.[40] »

Il Concilio di Trento

Il Concilio di Trento prese le difese del Canone. Lo fece nel decreto Doctrina de SS. Missae Sacrificio ("Dottrina del sacrificio della SS. Messa"), la cui discussione avvenne nell'estate 1562, e che venne votato definitivamente il 17 settembre di quell'anno.

Negli schemi del decreto precedenti quello finale si parlava del Canone come istituzione ecclesiastica, senza alcun riferimento alla sua antichità né alla tradizione da cui scaturiva.

Nel testo definitivo, invece, pur non specificando la data e le parti della sua composizione, e pur facendolo pur sempre risalire alla Chiesa (Ecclesia catholica sacrum Canonem instituit, "la Chiesa Cattolica istituì il sacro Canone"), si afferma però che il Canone era stato istituito "da molti secoli" e formato "dalle parole stesse del Signore", da "ciò che è stato tramandato dagli apostoli" e "da ciò che è stato piamente stabilito da santi pontefici". È per questo (il testo latino ha enim), cioè perché raccoglie il deposito della tradizione, che è immune da ogni errore. E solo così può essere condannato, nel corrispondente canone 6, chi ne chiede l'abrogazione. Non contenendo errori, "proprio per questo" (ideoque) non deve essere abrogato.

Così sintetizza Gregory Dix il frutto del lavoro di Trento:

« Il vantaggio della Controriforma fu che essa conservò il testo di una liturgia che in sostanza risaliva a molto prima dello sviluppo medievale. Con questo preservò quelle primitive formulazioni in cui riposava la vera soluzione delle difficoltà medievali, anche se ci volle del tempo prima che la Chiesa postridentina ne facesse uso per lo scopo. I protestanti al contrario abbandonarono l'intero testo della liturgia e specialmente quegli elementi in essa che erano un genuino documento di quella Chiesa primitiva che essi affermavano di restaurare. Introdussero al suo posto forme che derivavano e esprimevano la tradizione medievale dalla quale scaturiva il loro stesso movimento.[40] »

La riforma seguita al Concilio Vaticano II

Nel corso dei lavori del Concilio Vaticano II non si registrano fatti particolarmente rilevanti a proposito del Canone Romano[41]; l'orientamento prevalente fu quello di non ritenere il Canone tra le parti della Messa per le quali si possa prevedere l'uso della lingua volgare[42].

Si pose però in maniera esplicita il problema "pastorale" del Canone: se all'antico e solenne testo dell'anafora romana si riconoscevano ricchezza dottrinale e linee di pensiero feconde di spiritualità, non si vedevano in esso quelle caratteristiche di linearità e chiarezza da poter facilitare la partecipazione attiva e consapevole dell'assemblea liturgica. Quando il problema fu posto pubblicamente prevalse l'opinione di chi sconsigliava un ritocco anche consistente di un testo così venerando; ci si aprì quindi alla possibilità di avere nuove Preghiere Eucaristiche da affiancare al Canone Romano.

La editio typica del Messale pubblicata nel 1970 riporta quindi il Canone Romano nella sua forma tradizionale, apportandovi soltanto alcune modifiche secondarie e riducendo i gesti rubricali[2][43].

Nella sezione della Consacrazione vi sono però alcuni cambi abbastanza significativi:

  • le parole Accípite, et manducáte ex hoc ómnes., che precedentemente non avevano il risalto tipografico dato alle parole della consacrazione, sono ora graficamente parte integrante della formula consacratoria del pane; ugualmente le parole Accipite et bibite ex eo omnes per la consacrazione del vino;
  • la formula consacratoria del pane si arricchisce dell'aggiunta quod pro vobis tradetur;
  • le parole haec quotiescúmque fecéritis, in mei memóriam faciétis passano a far parte integrante della formula consacratoria e divengono hoc facite in meam commemorationes;
  • l'acclamazione Mysterium fidei passa da dentro le parole consacratorie del vino a dopo l'ostensione del calice e introduce l'acclamazione dell'assemblea, per la quale sono proposte tre formule a scelta:
    • Mortem tuam annuntiamus, Domine, et tuam resurrectionem confitemur, donec venias, "Annunziamo la tua morte, Signore, proclamiamo la tua risurrezione, nell'attesa della tua venuta".
    • Quotiescumque manducamus panem hunc et calicem bibimus, mortem tuam annuntiamus, Domine, donec venias, "Ogni volta che mangiamo di questo pane e beviamo a questo calice, annunziamo la tua morte, Signore, nell'attesa della tua venuta".
    • Salvator mundi, salva nos, qui per crucem et resurrectionem tuam liberasti nos, "Tu ci hai redenti con la tua croce e la tua risurrezione: salvaci, o Salvatore del mondo".

Il nuovo Messale comprende poi tre ulteriori Preghiere Eucaristiche.

Analisi

Lo schema del Canone Romano è articolato e complesso, ed è assai diverso dalle caratteristiche del tutto peculiari della tradizione orientale[1].

La struttura è la seguente[44]. I testi latino e italiano sono quelli del Messale Romano attuale.

Prefazio

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi le voci Prefazio e Sanctus.

Il dialogo che inizia il prefazio è attestato già all'inizio del III secolo nella Tradizione Apostolica di Ippolito[45]; esso è comune a tutti i riti liturgici.

Al prefazio sembra alludere Sant'Ambrogio quando, nel De Sacramentis, parla della laus ("lode")[46]. Tale sezione di lode è divenuta in seguito molto variabile: la diversità delle sue formule ha provocato la costituzione di un corpo di prefazi, e questo li ha separati dal resto del Canone; è anche invalso l'uso di miniare la lettera maiuscola iniziale del Te igitur, che è diventata una croce e ha iniziato ad occupare tutta la pagina. Nonostante tutto questo il prefazio fa parte integrante del Canone.

Il prefazio si conclude con il Sactus, che però non è presente nell'Anafora di Ippolito. Il Liber Pontificalis (530 ca.) ne attribuisce l'introduzione al papa Sisto I[47]; San Cesario di Arles († 543) testimonia la presenza dell'acclamazione nel Canone[48].

Preghiere di intercessione iniziali

Te igitur
« Te ígitur, clementíssime Pater,
per Iesum Christum Filium tuum Dóminum nostrum,
súpplices rogámus, ac pétimus
uti accépta hábeas,
et benedícas haec dona, haec múnera,
haec sancta sacrifícia illibáta.
 »

« In primis quae tibi offérimus
pro Ecclésia tua sancta cathólica:
quam pacificáre, custodíre, adunáre et régere dignéris
toto orbe terrárum:
una cum fámulo tuo Papa nostro N.,
et Antístite nostro N.
et ómnibus orthodóxis, atque cathólicae,
et apostólicae fidei cultóribus.
 »
« Padre clementissimo,
noi ti supplichiamo e ti chiediamo
per Gesù Cristo, tuo Figlio e nostro Signore,
di accettare questi doni,
di benedire queste offerte,
questo santo e immacolato sacrificio.
 »

« Noi te l'offriamo anzitutto
per la tua Chiesa santa e cattolica,
perché tu le dia pace e la protegga,
la raccolga nell'unità e la governi su tutta la terra,
con il tuo servo il nostro Papa N.,
il nostro Vescovo N.
e con tutti quelli che custodiscono la fede cattolica,
trasmessa dagli Apostoli.
 »

È la "raccomandazione" delle oblate e della Chiesa, raccolta attorno al papa e ai vescovi; la menzione della gerarchia ecclesiastica ha lo scopo di esprimere l'unità della Chiesa.

Nel De Sacramentis di Sant'Ambrogio, si trova accennato anche un ricordo del potere civile, ma tale contenuto compare in forma definitiva solo con i secoli IX-X, per scomparire nuovamente poi nel Messale di San Pio V del 1570[49].

Nella forma attuale il Te igitur si può considerare quasi una conclusione del ringraziamento del Prefazio; l'avverbio igitur ("pertanto", "dunque") ne rappresenta l'addentellato logico.

Memento dei vivi
« Meménto, Dómine, famulórum, famularúmque tuárum N. et N.
et ómnium circumstántium,
quorum tibi fides cógnita est, et nota devótio,
pro quibus tibi offérimus
vel qui tibi offerunt
hoc sacrifícium láudis,
pro se, suísque ómnibus:
pro redemptióne animárum suárum,
pro spe salútis, et incolumitátis suae:
tibíque reddunt vota sua aetérno Deo, vivo et vero.
 »
« Ricordati, Signore, dei tuoi fedeli N. e N.
Ricordati di tutti i presenti,
dei quali conosci la fede e la devozione:
per loro ti offriamo
e anch'essi ti offrono
questo sacrificio di lode,
e innalzano la preghiera a te, Dio eterno, vivo e vero,
per ottenere a sé e ai loro cari
redenzione, sicurezza di vita e salute.
 »

In questa sezione del Canone si prega per particolari intenzioni.

Era costume antico recitare pubblicamente il nome degli offerenti e delle persone per le quali si intendeva pregare. Queste liste erano scritte su tavolette di legno o di avorio, ripiegate a forma di libro, e chiamate con termine greco "Dittici". La lettura di tali nomi, di origine antichissima, doveva aver luogo in tempo antico nella zona offertoriale; non si sa quando Roma trasferì i dittici nel posto attuale, ma sicuramente in epoca remota, poiché la lettera[50] di Papa Innocenzo I a Decenzio vescovo di Gubbio (416) colloca già la Commendatio nominum ("raccomandazione dei nomi") all'interno del Canone. La lettura dei Dittici, fatta ad alta voce dal diacono, durò sino all'VIII secolo.

Si ritiene che l'inserzione di siffatti nomi nel Canone sia di origine extraromana, e il Sacramentario Gelasiano prescrive che si recitino solo nelle Messe private.

Le parole pro quibus tibi offerimus vel qui tibi offerunt ("per i quali ti offriamo, e anch'essi ti offrono") sono anch'esse un'innovazione del IX-X secolo, e molti vi vedono una distinzione tra i presenti che offrono e i fedeli per i quali viene offerto il sacrificio.

Communicantes
« Communicántes, et memóriam venerántes,
in prímis gloriósae semper Vírginis Mariae,
Genetrícis Dei et Dómini nostri Iesu Christi:
sed et beáti Ióseph, eiúsdem Vírginis Sponsi,
et beatórum Apostolórum ac Mártyrum tuórum:
Petri et Pauli, Andréae,
[Iacóbi, Ioánnis,
Thomae, Iacóbi, Philíppi, Bartholomaei,
Matthaei, Simónis et Thaddaei:
Lini, Cleti, Cleméntis, Xysti,
Cornélii, Cypriáni, Lauréntii, Chrysógoni,
Ioánnis et Pauli, Cosmae et Damiáni]
et ómnium Sanctórum tuórum;
quorum méritis, precibúsque concédas,
ut in ómnibus protectiónis tuae muniámur auxílio.
(Per Christum Dóminum nostrum. Amen.)
 »
« In comunione con tutta la Chiesa,
ricordiamo e veneriamo anzitutto
la gloriosa e sempre vergine Maria,
Madre del nostro Dio e Signore Gesù Cristo,
san Giuseppe, suo sposo,
i santi apostoli e martiri:
Pietro e Paolo, Andrea,
[Giacomo, Giovanni,
Tommaso, Giacomo, Filippo, Bartolomeo,
Matteo, Simone e Taddeo,
Lino, Cleto, Clemente, Sisto,
Cornelio e Cipriano, Lorenzo, Crisogono,
Giovanni e Paolo, Cosma e Damiano]
e tutti i santi;
per i loro meriti e le loro preghiere
donaci sempre aiuto e protezione.
 »

Questa parte nomina la Vergine Maria e, dopo di lei, i dodici Apostoli e dodici martiri. A questa lista di santi il Canone Romano fa seguire, più avanti, una seconda lista, nel Nobis quoque peccatoribus.

Sembra assodato che il Communicantes non appartenga affatto al Canone primitivo; sarebbe stato inserito tardivamente, e ne sarebbe prova la rottura violenta della successione di idee: il Communicantes non si aggancia né con quanto precede né con quanto segue.

È oggetto di disputa tra gli studioso il senso vago della parola Communicantes ("in comunione"), che è grammaticalmente senza complemento[51]. Il contenuto della preghiera è però ovvio: in comunione con i santi si chiede l'aiuto divino per i loro meriti. Non è tanto una supplica quanto una commemorazione. Il participio Communicantes acquisterebbe così il senso di Commemorantes.

La lista dei santi non può essere anteriore al VI secolo, epoca in cui per molti di essi nasce il culto liturgico a Roma.

La redazione della lista attuale si dimostra frutto di un'intelligente revisione[52]. Si compone di ventiquattro nomi, senza contare quello di Maria che li precede. I ventiquattro santi sono:

Si pensa comunemente che la redazione definitiva nella forma attuale, sia di San Gregorio Magno. L'elenco romano primitivo (IV-V secolo) fu probabilmente questo: Maria, Pietro, Paolo, Sisto, Lorenzo, Cornelio, Cipriano. Gli apostoli Giovanni e Andrea ebbero culto liturgico a Roma già nel V secolo; durante il VI secolo anche Tommaso, Filippo e Giacomo; nello stesso VI secolo dovettero entrare nel Canone gli altri martiri, e finalmente anche gli apostoli mancanti. Nessun confessore entrò nel Canone Romano.

Il fatto che la lista dei dodici apostoli qui presente si differenzi nettamente dagli elenchi evangelici attesta, se ve ne fosse bisogno, che si sviluppò per conto proprio.

Nel corso della storia le varie liturgie antiche che aveva recepito il Canone Romano vi aggiunsero i santi nazionali e locali, e gli elenchi crebbero. La riforma di San Pio V ridusse stabilmente la lista dei santi del Communicantes al numero definitivo di ventiquattro.

Hanc igitur
« Hanc ígitur oblatiónem servitútis nostrae,
sed et cunctae famíliae tuae,
quaesumus, Dómine, ut placátus accípias:
diésque nostros in tua pace dispónas,
atque ab aetérna damnatióne nos éripi,
et in electórum tuórum iúbeas grege numerári.
(Per Christum Dóminum nostrum. Amen.)
 »
« Accetta con benevolenza, o Signore,
l'offerta che ti presentiamo
noi tuoi ministri e tutta la tua famiglia:
disponi nella tua pace i nostri giorni,
salvaci dalla dannazione eterna,
e accoglici nel gregge degli eletti.
 »

Tale sezione conclude la parte dell'intercessione. Una volta essa ammetteva molte varianti, come appare dai Sacramentari. Questo era infatti il momento in cui si esprimevano le intenzioni particolari dei fedeli per i quali veniva offerto il sacrificio. Non era una formula fissa, ma si recitava solo in circostanze precise, come ad esempio in occasione di scrutini battesimali, di ordinazioni, di nozze, per defunti, per persone cioè che in determinate circostanze presentavano una speciale offerta. Sotto questo punto di vista assumeva un carattere piuttosto privato e individuale.

Solo più tardi (forse con Gregorio Magno, che ne ha ridotto i numero e vi ha incluso la frase diesque nostros in tua pace disponas, "e disponi i nostri giorni nella tua pace") la preghiera ricevette una formulazione di indole generale, e in quanto destinata alla universalità dei fedeli venne ad essere quasi un duplicato della grande prece intercessoria.

Oggi tale sezione ha conservato il suo carattere originario di raccomandazione particolare in rarissimi casi: Giovedì Santo, Pasqua, Pentecoste (feste battesimali), Messa di cosacrazione episcopale.

Preghiere consacratorie

Quam oblationem
« Quam oblatiónem tu, Deus, in ómnibus, quaesumus
benedíctam, adscríptam, ratam,
rationábilem, acceptabilémque fácere dignéris
ut nobis Corpus et Sanguis fiat
dilectíssimi Filii tui,
Dómini nostri Iesu Christi.
 »
« Santifica, o Dio, questa offerta
con la potenza della tua benedizione,
e degnati di accettarla a nostro favore,
in sacrificio spirituale e perfetto,
perché diventi per noi
il corpo e il sangue del tuo amatissimo Figlio,
il Signore nostro Gesù Cristo.
 »

Il passaggio dall'ordine dell'offerta materiale a quello del Sacramento si effettua con il testo del Quam oblationem: si domanda che i doni presentati siano benedetti e accetti in modo da diventare il Corpo e il Sangue di Cristo.

In tale parte il testo del Canone Romano si discosta alquanto, ritoccandolo e correggendolo, da quello arcaico che si trova nel De Sacramentis di Ambrogio: quest'ultimo testo contiene espressioni conformi all'antica tradizione, e in particolare all'anafora di Serapione.

Circa i termini usati, spiega il Righetti:

« La formula (quam oblationem) domanda con una serie di termini propri del linguaggio giuridico romano, che l'oblazione diventi in omnibus, interamente, sotto ogni rapporto, benedictam, consacrata; adscriptam, registrata a merito degli offerenti; ratam, ratificata, cioè riconosciuta valida; rationabilem, spirituale, secondo l'elevato concetto del sacrificio che i filosofi greci dichiaravano essere l'unica forma di culto degna di Dio, in opposizione ai sacrifici carnali, cruenti, ormai aboliti; od anche nel senso di "canonica", secondo le debite forme; acceptabilem, gradita. »
(Storia Liturgica, vol. III, Milano 1966, p. 385)

Recentemente si è voluto vedere in queste parole una specie di epiclesi della liturgia romana; in realtà si tratta solo di una formula che, anche grazie alla presenza della congiunzione ut ("affinché")[53], ha il significato di costituire un'ultima preparazione al grande mistero.

Qui pridie quam pateretur
« Qui pridie quam paterétur
accépit panem in sanctas ac venerábiles manus suas,
et elevátis óculis in coélum,
ad te Deum Patrem suum omnipoténtem
tibi grátias ágens
benedíxit, fregit, dedítque discípulis suis, dicens:
 »
« Accipite, et manducate ex hoc omnes: »
« hoc est enim corpus meum.
Quod pro vobis tradetur. »

« Símili modo póstquam cenátum est
accípiens et hunc praeclárum cálicem
in sanctas ac venerábiles manus suas:
item, tibi grátias ágens
benedíxit, dedítque discípulis suis, dicens:
 »
« Accípite et bibíte ex eo ómnes: »
« Hic est enim calix sánguinis mei,
novi et aetérni testaménti:
qui pro vobis et pro multis effundétur
in remissiónem peccatórum. »
« Hoc fácite in meam commemoratiónem. »

« Mysterium fidei. »
« La vigilia della sua passione,
egli prese il pane nelle sue mani sante e venerabili,
e alzando gli occhi al cielo
a te Dio Padre suo onnipotente,
rese grazie con la preghiera di benedizione,
spezzò il pane, lo diede ai suoi discepoli, e disse:
 »
« Prendete, e mangiatene tutti: »
« Questo è il mio corpo
Offerto in sacrificio per voi. »

« Dopo la cena, allo stesso modo,
prese questo glorioso calice
nelle sue mani sante e venerabili,
ti rese grazie con la preghiera di benedizione,
lo diede ai suoi discepoli, e disse:
 »
« Prendete, e bevetene tutti: »
« Questo è il calice del mio sangue
Per la nuova ed eterna alleanza,
Versato per voi e per tutti
In remissione dei peccati. »
« Fate questo in memoria di me. »

« Mistero della fede. »
Seguono le tre formule a scelta dell'acclamazione dell'assemblea, vedi sopra.

Se fino a questo punto le varie liturgie hanno sviluppato l'anafora in maniera libera, da qui in poi si ritrova invece una chiara uniformità. Il racconto della Cena è l'unico elemento veramente immobile nella storia della Celebrazione eucaristica[54].

Il testo romano del racconto riproduce sostanzialmente i dati evangelici, ma con modifiche e aggiunte verbali derivate in parte dalla tradizione e destinate ad incorniciare le formule consacratorie.

Tra le aggiunte è tipica della liturgia romana l'inciso mysterium fidei ("mistero della fede"), ora traslato dopo le parole della consacrazione e dopo l'elevazione del calice, ma fino al 1970 pronunciato tra le parole di consacrazione del vino. L'aggiunta sembra datare dal VI secolo, e potrebbe essere un'interpolazione di origine gallicana; è probabile che al principio fosse un'acclamazione rituale oppure l'avviso del diacono per richiamare l'attenzione dei fedeli al momento della Consacrazione.

La formula consacratoria è immediatamente seguita da un'ostensione del Corpo e Sangue di Cristo (elevazione). Fino al XII secolo l'unica elevazione delle sacre specie nella Messa era quella che ancora chiude il Canone, durante la dossologia finale. L'elevazione dopo la Consacrazione è piuttosto recente e sembra sorta a causa di una controversia, all'università di Parigi a principio del XIII secolo, circa il momento preciso della transustanziazione. L'elevazione del calice venne poi molto più tardi, per ragioni di simmetria, e si generalizzò solo con il Messale di San Pio V. La visio Corporis Christi ("visione del Corpo di Cristo") era una delle devozioni più care degli ultimi secoli del medioevo, ed entusiasmava i fedeli. Da XVI secolo poi l'uso di guardare le sacre specie scomparve, per ritornare all'inizio del XX secolo, anche grazie alle indulgenze che papa Pio X concesse all'invocazione "mio Signore e mio Dio" (cfr. Gv 20,28).

Il rito consacratorio termina con il ricordo del comando di Cristo di ripetere il gesto eucaristico in sua memoria (cfr. Lc 22,19).

Preghiere di offerta

Dopo la Consacrazione si trova, in maniera logica, la presentazione al Padre della vittima santa: in questa offerta si può dire che è contenuto tutto il Canone.

Le tre preghiera che la compongono formano una sola orazione; la divisione, introdotta dalle rubriche mette in evidenza tre aspetti della stessa oblazione.

Unde et memores
« Unde et mémores, Dómine,
nos servi tui, sed et plebs tua sancta,
eiúsdem Christi Fílii tui, Dómini nostri,
tam beátae passiónis,
nec non et ab ínferis resurrectiónis,
sed et in caelos gloriósae ascensiónis:
offérimus praeclárae maiestáti tuae,
de tuis donis, ac datis
hóstiam puram, hóstiam sanctam, hóstiam immaculátam,
Panem sanctum vitae aetérnae
et cálicem salútis perpétuae.
 »
« In questo sacrificio, o Padre,
noi tuoi ministri e il tuo popolo santo
celebriamo il memoriale della beata passione,
della risurrezione dai morti
e della gloriosa ascensione al cielo
del Cristo tuo Figlio e nostro Signore;
e offriamo alla tua maestà divina,
tra i doni che ci hai dato,
la vittima pura, santa e immacolata,
pane santo della vita eterna
e calice dell'eterna salvezza.
 »

Questa parte del Canone commemora - da qui il nome di anamnesi - i principali misteri della vita e della morte di Gesù. Nel ricordo di questi misteri salutari la Chiesa presenta al Padre il "pane santo della vita eterna e [il] calice dell'eterna salvezza".

Si può considerare come l'espressione più elevata del ringraziamento e della lode a Dio, perché gli presenta l'unico dono degno di Lui (de tuis donis ac datis).

Il testo presenta separatamente il collegio sacerdotale e la famiglia dei fedeli (nos servi tui, sed et plebs tua sancta), e ciò rimanda all'epoca antica in cui l'Eucaristia era celebrata dal Vescovo circondato dal suo presbiterio[55].

Supra quae propítio
« Supra quae propítio ac seréno vultu respícere dignéris:
et accépta habére,
sícuti accépta habére dignátus es múnera púeri tui iusti Abel,
et sacrifícium Patriárchae nostri Abrahae:
et quod tibi óbtulit summus sacérdos tuus Melchísedech,
sanctum sacrifícium, immaculátam hóstiam.
 »
« Volgi sulla nostra offerta il tuo sguardo sereno e benigno,
come hai voluto accettare i doni di Abele, il giusto,
il sacrificio di Abramo, nostro padre nella fede,
e l'oblazione pura e santa
di Melchisedech, tuo sommo sacerdote.
 »

In questa sezione viene fatta allusione ai sacrifici-tipo dell'Antico Testamento:

Tale richiamo, collocato all'interno della formula di offerta, si ritrova in quasi tutte le liturgie orientali del V secolo: il suo simbolismo è passato da un'anafora all'altra, divenendo patrimonio anche del Canone Romano.

San Leone Magno ha poi aggiunto le parole sanctum sacrifícium, immaculátam hóstiam, facendo risaltare così il sacrificio di Melchisedek, che più degli altri si accosta a quello eucaristico.

Súpplices te rogámus
« Súpplices te rogámus, omnípotens Deus:
iube haec perférri per manus sancti Angeli tui in sublíme altáre tuum,
in conspéctu divinae maiestátis tuae:
ut quotquot, ex hac altáris participatióne
sacrosánctum Fílii tui Córpus et Sánguinem sumpsérimus
ómni benedictióne caelesti et grátia repleámur.
 »
« Ti supplichiamo, Dio onnipotente:
fa' che questa offerta, per le mani del tuo angelo santo,
sia portata sull'altare del cielo
davanti alla tua maestà divina,
perché su tutti noi che partecipiamo di questo altare,
comunicando al santo mistero
del corpo e sangue del tuo Figlio,
scenda la pienezza di ogni grazia e benedizione del cielo.
 »

Questa terza parte della preghiera di offerta è quella che più ha suscitato discussione tra gli studiosi, soprattutto in relazione alla menzione dell'angelo: liturgisti anche eminenti hanno voluto vedere in esso, che è invocato perché porti l'oblazione santa sull'altare del cielo, o lo Spirito Santo, o lo stesso Verbo[56], o un particolare spirito celeste (l'"angelo del sacrificio"). In realtà sembra che non vi si debba vedere altro che il ministero angelico, il quale presenta a Dio il tributo di adorazione e di ringraziamento della Chiesa, affinché sia non solo un sacrificio gradito a Lui, ma anche Sacramento fruttuoso per le anime. La difficoltà interpretativa è dovuta in parte al fatto che la formula ha subito alterazioni successive, delle quali non si conosce né la data né l'autore.

Se la prima parte di questa frase è una preghiera di offerta (iube haec perférri), la seconda (ut quotquot [..] sumpsérimus [..] repleámur) è una supplica di santificazione per i comunicandi, che in tutte le altre preghiere eucaristiche trova posto nell'epiclesi. In ragione di ciò si parla di un'affinità tra l'epiclesi e questa particolare preghiera.

Approfondendo il significato dell'epiclesi, occorre dire che il termine significa "appello", "chiamata", ed esso indicava in origine la solenne invocazione del nome di Dio sopra una persona o una cosa, quasi a far scendere su di essa la virtù onnipotente di Dio. In questo senso generico l'intero Canone può essere considerato un'epiclesi[57]. Solo con il IV secolo, al tempo delle controversie macedoniane, si insinua il concetto di invocazione particolare dello Spirito Santo affinché trasformi il pane e il vino nel Corpo e Sangue di Cristo; ciò che di fatto si trova nelle liturgie orientali, ma non in Occidente, dove l'epiclesi fu probabilmente limitata alla semplice invocazione Padre, probabilmente a scopo trinitario. In questo senso si spiega la presenza di un'epiclesi a Roma, chiaramente documentata dalla lettera di Papa Gelasio I a Elpidio di Volterra.

Oggettivamente, però, nell'odierno Supplices te rogamus, dove si vuole fosse l'antica epiclesi, non esiste alcuna menzione dello Spirito Santo, né alcun punto di somiglianza con la concezione orientale. Ciò significa che la Chiesa di Roma non attribuì all'epiclesi nessun valore consacratorio, ma solo una valenza di supplica perché lo Spirito Santo, con la sua presenza, ratifichi l'offerta del popolo di Dio rendendola più gradita al Padre e più gradita ai fedeli.

Preghiere di intercessione finali

Il ritorno delle preghiere d'intercessione dopo la Consacrazione non è originario. Come le prime intercessioni, probabilmente anche queste avevano la loro collocazione originaria nella zona dell'offertorio, ma ogni ipotesi sulla loro primitiva disposizione e sul relativo formulario non può che aver valore di congettura.

Nel linguaggio degli studiosi della liturgia tale sezione viene detta anche "Seconda lettura dei dittici".

Memento dei defunti
« Meménto étiam, Dómine,
famulórum famularúmque tuárum N. et N.
qui nos praecessérunt cum signo fídei,
et dórmiunt in somno pacis.
Ipsis, Dómine, et ómnibus in Christo quiescéntibus,
locum refrigérii, lucis et pacis, ut indúlgeas, deprecámur.
(Per Christum Dóminum nostrum. Amen.)
 »
« Ricòrdati, o Signore, dei tuoi fedeli [N. e N.],
che ci hanno preceduto con il segno della fede
e dormono il sonno della pace.
Dona loro, Signore, e a tutti quelli che riposano in Cristo,
la beatitudine, la luce e la pace.
 »

L'introduzione del Memento dei defunti in questo punto è certamente tardiva; essa manca nei codici più antichi. Ciò viene spiegato[58] con il fatto che a Roma fino al IX secolo non si faceva menzione dei defunti nelle Messe pubbliche celebrate di domenica o in giorno di festa. Non è improbabile che in un primo tempo tale commemorazione fosse legata all'Hanc igitur, dove il ricordo dei trapassati era occasionato dall'offerta presentata in loro suffragio. Aveva quindi un carattere privato e avventizio, bel lontano da quello del Memento dei vivi.

Il linguaggio di questa parte del Canone sa di veneranda antichità[59], e deve considerarsi un riflesso dell'epigrafia dei cimiteri.

Nobis quoque peccatoribus
« Nobis quoque peccatóribus, fámulis tuis,
de multitúdine miseratiónum tuárum sperántibus,
partem áliquam, et societátem donáre dignéris,
cum tuis sanctis Apóstolis et Martyribus:
cum Ioánne, Stéphano, Matthía, Bárnaba,
[Ignátio, Alexándro, Marcellíno, Petro,
Felicitáte, Perpétua, Ágatha, Lúcia,
Agnéte, Caecília, Anastásia]
et ómnibus Sanctis tuis:
intra quorum nos consórtium,
non aestimátor mériti, sed véniae,
quaesumus, largítor admítte.
 »
« Anche a noi, tuoi ministri, peccatori
ma fiduciosi nella tua infinita misericordia,
concedi, o Signore, di aver parte nella comunità
dei tuoi santi apostoli e martiri:
Giovanni, Stefano, Mattia, Barnaba,
[Ignazio, Alessandro, Marcellino e Pietro,
Felicita, Perpetua, Agata, Lucia,
Agnese, Cecilia, Anastasia]
e tutti i santi:
ammettici a godere della loro sorte beata
non per i nostri meriti,
ma per la ricchezza del tuo perdono.
 »

È questo una specie di embolismo del memento dei defunti; si continua infatti la preghiera d'intercessione per i frutti del sacrificio.

Oggetto della supplica è però qui lo stesso sacerdote celebrante e il collegio dei presbiteri, designati chiaramente con l'espressione classica dell'antichità cristiana: famulis tuis. È quindi una preghiera specificamente sacerdotale.

Appare illogica la nuova enumerazione dei santi in questo punto del Canone, dopo quella del Communicantes; la stessa forma stilistica dell'orazione, nella quale i nomi dei martiri hanno una collocazione accidentale, tradisce qualcosa di artificioso. La lista poi non è una prosecuzione ordinata della lista presente sopra, nel Communicantes, ma ne è un'aggiunta supplettiva, inserita qui probabilmente da papa Simmaco all'inizio del VI secolo. In ogni caso questa lista di santi appare come il risultato di una storia di redazione, il cui elemento conclusivo corrisponderebbe a San Gregorio Magno.

La lista si apre con il nome di Giovanni Battista, al quale fanno seguito quattordici martiri: sette uomini e sette donne.

Cercando di decifrare lo sviluppo di questa lista, l'elenco primitivo (VI secolo) si apriva certamente con il Battista e Stefano; seguirono con ogni probabilità Pietro e Marcellino, poi Agnese, Cecilia e Felicita, che furono tre martiri romane. Ben presto si aggiunsero altri santi venerati a Roma:

Anche questa lista, come quella del Communicantes, subì fuori di Roma varie aggiunte, ma in grado molto minore. San Pio V ammise nel suo Messale l'elenco completo romano dei tempi di San Gregorio Magno.

Dossologie finali

Il Canone Romano si conclude con una solenne glorificazione della Trinità; è uno delgi elementi più antichi della Messa, ed è composta di due frasi indipendenti.

Prima parte
« Per Christum Dóminum nostrum.
Per quem haec ómnia, Domine,
semper bona creas, sanctíficas, vivíficas,
benedicís, et praestas nobis.
 »
« Per Cristo nostro Signore
tu, o Dio, crei e santifichi sempre,
fai vivere, benedici e doni al mondo ogni bene.
 »

La prima parte riprende il tema iniziale del Canone, la glorificazione del Padre per mezzo di Cristo, ma il suo esatto valore è ancora discusso: dal diverso legame della frase con i testi precedenti dipende il significato dell'intera formula.

  • Vari autori riallacciano le parole haec omnia al panem sanctum vitae aeternae et calicem salutis perpetuae, anche in forza del fatto che ad essi si riferisce pronome relativo quae nel Supra quae propitio e il pronome dimostrativo haec nel Supplices te rogamus; in questa maniera la preghiera si riferisce ai doni stessi del sacrificio, ma rimane il fatto che la parola omnia appare ridondante per indicare semplicemente gli elementi eucaristici.
  • Un'altra interpretazione parte dal fatto che la frase ha forse subito ampliamenti, e ha forse sentito l'influenza della benedizione dei frutti della terra, che in alcune circostanze liturgiche aveva luogo a questo punto della Messa. In tale ottica l'omnia si riferiva alla varietà dei doni presentati all'altare, doni sacrificali e doni di natura. Le formule degli antichi sacramentari precisano chiaramente tale intenzione. Nella liturgia precedente il Concilio Vaticano II rimaneva qui come unico residuo la solenne benedizione dell'Olio degli infermi nella Messa Crismale.
Seconda parte
« Per ipsum, et cum ipso, et in ipso
est tibi, Deo Patri omnipoténti, in unitáte Spíritus Sancti,
ómnis honor et glória per ómnia saecula saeculórum.
Amen.
 »
« Per Cristo, con Cristo e in Cristo,
a te, Dio Padre onnipotente, nell'unità dello Spirito Santo,
ogni onore e gloria per tutti i secoli dei secoli.
Amen.
 »

È questa la vera dossologia finale, lode suprema e concorde di tutta la creazione, che, unita a Cristo, in Cristo e per mezzo di Cristo, eleva alla Trinità santa un canto di gloria perenne.

L'Amen conclusivo rappresenta il solo intervento dei fedeli laici nella Preghiera Eucaristica, ma già nel II secolo Giustino ne sottolineava l'importanza: è il grido del popolo cristiano, che esprime a Dio la pienezza del suo culto e gli dice il grazie di tutta l'umanità redenta.

Curiosità

Alessandro Manzoni ha tratto ispirazione dalla lista di santi del Nobis quoque peccatoribus per alcuni personaggi dei suoi Promessi Sposi.

Note
  1. 1,0 1,1 Franco Brovelli (1984) 1085.
  2. 2,0 2,1 2,2 Ufficio delle Celebrazioni Liturgiche del Sommo Pontefice, Il sacerdote e il Canone della S. Messa, o Prece eucaristica.
  3. 3,0 3,1 Arnaldo Roberti (1949) 539.
  4. Adrien Nocent (1983) 236.
  5. c. 65: PG 6, 248.
  6. c. 67.
  7. 7,0 7,1 Adrien Nocent (1983) 232.
  8. Traduzione italiana del testo in Preghiamo con i Padri della Chiesa. Ippolito.
  9. Caratteristica delle Anafore antiochene è quella di contenere un'epiclesi e una preghiera di intercessione solo dopo la consacrazione (Adrien Nocent, 1983, 233 in nota).
  10. IV, 5,21-22; 6,26-27: CSEL 73,55 e 57.
  11. Adrien Nocent (1983) 233.
  12. 12,0 12,1 Il verbo latino conficere riferito ai Sacramenti appartiene alla terminologia teologica e si riferisce precisamente all'azione che fa sì che ci sia il Sacramento.
  13. Bernard Botte (a cura di), in SC 25 bis, 108.
  14. La presenza della preghiera di intercessione prima della Consacrazione è la caratteristica delle Preghiere Eucaristiche di tipo alessandrino.
  15. IV, 14: Bernard Botte (a cura di), in SC 25 bis, 110.
  16. Cfr. Rm 6,5.
  17. Cfr. Lc 22,19.
  18. Cfr. Mt 26,27-28.
  19. Per la traduzione del termine scriptam di Ambrogio, corrispondente ad ascriptam del Canone Romano, vedi oltre, nella spiegazione delle varie parti del Canone, sezione Quam oblationem.
  20. 20,0 20,1 Per la traduzione del termine rationabilem di Ambrogio, Isabella Gualandri (Il lessico di Ambrogio. Problemi e prospettive di ricerca, in Luigi Franco Pizzolato, Marco Rizzi (a cura di), Nec timeo mori. Atti del congresso internazionale di studi ambrosiani nel XVI centenario della morte di Sant'Ambrogio, Milano 4-11 aprile 1997, Vita e Pensiero, Milano 1998, ISBN 8834300602, p. 280, nota 55) fa osservare che "rationabilis è usato da Ambrogio anche per tradurre λογικός nel senso di spiritualis, in particolare nella formula rationabilis hostia del canone della Messa". Vedi anche oltre, nella spiegazione delle varie parti del Canone, sezione Quam oblationem.
  21. Bernard Botte (a cura di), in SC 25 bis, 114.
  22. Tavole di confronto tra questi testi sono riportate in Bernard Botte, Christiane Mohrmann, L'Ordinaire de la Messe, Parigi-Lovanio 1953, p. 19.
  23. Anton Hänggi, Irmgard Pahl, Prex eucharistica. Textus e variis liturgiis antiquioribus selecti, Friburgo (Svizzera), 1968.
  24. Bernard Botte (a cura di), in SC 25 bis, 116.
  25. 25,0 25,1 Adrien Nocent (1983) 235.
  26. I testi si trovano in Bernard Botte, Christiane Mohrmann, L'Ordinaire de la Messe, Parigi-Lovanio 1953, p. 19.
  27. Testo in Liber Ordinum, n. 322.
  28. Adversus Euthychen, 3, 14: Andreas Thiel, Epistolae Romanorum pontificum genuinae et quae ad eos scriptae sunt a S. Hilaro usque ad Pelagium II, I, 541.
  29. Per i testi e la loro vicinanza Adrien Nocent (1983) 236 rimanda a Bernard Botte, Christiane Mohrmann, L'Ordinaire de la Messe, Parigi-Lovanio 1953, p. 17-23.
  30. Per qualcuno (Anton Baumstark, Liturgia romana e liturgia dell'Esarcato. Le origini del "Canon Missae" romano, Roma 1904) il Canone Romano sarebbe una traduzione dal greco, "poggiata su concetti e particolarità grammaticali proprie dell'Oriente" (Arnaldo Roberti (1949) 539). Dopo le redazioni originarie in greco e in siriaco, la versione latina cominciò ad apparire a partire dalla seconda metà del IV secolo, quando nella Chiesa di Roma il latino sostituisce il greco nella celebrazione del sacrificio della Messa (Lorenzo Bianchi, 2010).
  31. Leo Cunibert Mohlberg (a cura di), Liber sacramentorum Aecclesiae anni circuli [Cod. Vat. Lat. 316], Herder, Roma 1960, p. 1242- 1255
  32. G F Warner, The Stowe Missal, vol. I, facsimile Londra 1906.
  33. Tale giudizio esclude evidentemente la parte essenziale della consacrazione.
  34. Adrien Nocent (1983) 243-245.
  35. Adrien Nocent (1983) 243.
  36. In hanc scilicet divinam transeat Sancto Spiritu perficiente substantiam, "per l'azione dello Spirito Santo si trasformi cioè in questa divina sostanza" (Adversus Euthychen, 3,14).
  37. Michel Andrieu (a cura di), Ordo romanus XXVIII, vol. III, p. 404, 62.
  38. Michel Andrieu (a cura di), Ordo romanus III, p. 103, 39.
  39. Josef Andreas Jungmann, Missarum Sollemnia, vol. II, p. 204-209 (ediz. italiana).
  40. 40,0 40,1 40,2 Citato da Lorenzo Cappelletti (2010).
  41. Franco Brovelli (1984) 1086.
  42. Cfr. Sacrosanctum Concilium 54:
    « Nelle Messe celebrate con partecipazione di popolo si possa concedere una congrua parte alla lingua nazionale, specialmente nelle letture e nella "orazione comune" e, secondo le condizioni dei vari luoghi, anche nelle parti spettanti al popolo, a norma dell'art. 36 di questa costituzione. Si abbia cura però che i fedeli sappiano recitare e cantare insieme, anche in lingua latina, le parti dell'ordinario della messa che spettano ad essi. Se poi in qualche luogo sembrasse opportuno un uso più ampio della lingua nazionale nella Messa, si osservi quanto prescrive l'art. 40 di questa costituzione. »
  43. I cambiamenti rubricali sono i seguenti:
    • sono stati aboliti tutti i segni di croce che si tracciavano sulle offerte prima e dopo la consacrazione, lasciandone solo uno nel Te igitur;
    • sono stati aboliti i baci dell'altare nel Te igitur e nel Supplices te rogamus;
    • è stato abolito anche l'inchino al nome del papa e del vescovo nel Te igitur;
    • nel Communicantes e nel Nobis quoque peccatoribus sono diventati facoltativi la recita dei nomi degli apostoli e martiri dopo i primi;
    • sono diventati facoltativi i vari Per Christum Dominum nostrum. Amen presenti alla fine di varie preghiere;
    • non si prescrive più che il ministro sollevi la pianeta del sacerdote all'elevazione dell'Ostia e del calice;
    • è abolita la genuflessione al Corpo e al Sangue di Cristo prima di presentarli ai fedeli;
    • non compare più la rubrica che prescriveva di non disgiungere più gli indici dai pollici di ciascuna mano da dopo la consacrazione fino all'abluzione delle dita e, conseguentemente, quella che prescriveva la maniera di prendere il calice tra le mani;
    • la prima parte della dossologia finale ha subito un leggero cambio: da Per quem haec ómnia, Dómine, semper bona creas, sanctíficas, vivíficas, benedícis, et praestas nobis è divenuta Per Christum Dóminum nostrum. Per quem haec ómnia, Domine, semper bona creas, sanctíficas, vivíficas, benedicís, et praestas nobis;
    • il gesto al Per ipsum cambia: se prima il sacerdote alzava entrambi l'Ostia e il calice, ma faceva con l'Ostia tre segni di croce sul bordo del calice, ora si prescrive più semplicemente che entrambi vengano elevati insieme, e se c'è il diacono è lui ad alzare il calice.
  44. Arnaldo Roberti (1949) 543.
  45. n. 4.
  46. Vedi sopra quello che è indicato come il primo testo di Ambrogio.
  47. Hic constituit ut intra actionem sacerdos incipiens populo hymnum decantaret: sanctus, sanctus, sanctus dominus deus sabaoth et cetera, "Costui stabilì che, iniziando, all'interno dell'azione [di grazie], il sacerdote ripetesse al popolo: Santo, Santo, Santo il Signore Dio Sabaoth eccetera" (22,15).
  48. Sermo 73, 2: CCL 103, 107.
  49. Per privilegio apostolico il ricordo delle autorità civili si è conservato in Spagna e nell'Impero Austro Ungarico sino alla prima metà del XX secolo.
  50. PL 20, 553.
  51. C'è chi (Edmund Bishop, Liturgica Historia, Oxford 1918, p. 77-115) propone una differente punteggiatura del Memento:
    « [..] pro spe salutis et inclumitatis suae. Tibi (il suffisso que manca nei migliori codici) reddunt vota sua aeterno Deo vivo et vero, communicantes et memoriam venerantes [..] »

    Non mancano manoscritti che effettuano materialmente tale legatura alle ultime parole del Memento.

    Altri (Schuster) propendono invece a distaccare del tutto la parola Communicantes dalla lista dei santi per riferira al nome del papa con il quale si era in comunione:

    « [..] una cum famulo tuo papa nostro communicantes; sed et memoriam venerantes [..] »

    In tale soluzione c'è il vantaggio di dare al participio l'appoggio di un verbo di modo finito (tibi offerimus), ma incontra il grosso ostacolo di saltare a pié pari la commendatio nominum.

    Sembra più logico legare la voce Communicantes con la precedente frase del Memento, che dice qui tibi offerunt, cui si è innestato il ricordo dei santi, et memoriam venerantes, ricordo che trova la sua ragione di essere nell'eccellenza del rito eucaristico.
  52. Giuseppe Löw (1948) 548.
  53. Il testo che appare nel De Sacramentis di Ambrogio ha invece il più concreto quod; Il Messale di Stowe ha poi l'altrettanto concreto quae.
  54. Henri Leclerq ha raccolto ben 85 formule consacratorie delle varie liturgie: l'accordo appare mirabile nonostante le differenze di tempo e di luogo.
  55. La prassi della concelebrazione fu cadendo in disuso dal II millennio; venne ripristinata poi dalla riforma liturgica seguita al Concilio Vaticano II.
  56. In ragione dell'espressione Magni consilii angelus che si trova in Is 9,6 secondo i LXX.
  57. Questa accezione generica compare in Ireneo nel II secolo (Adversus Haereses, IV, 18, 5), e, poco dopo, nella lettera di Firmiliano a San Cipriano.
  58. Edmund Bishop, Liturgica Historia, Oxford 1918, p. 77-115.
  59. Vedi le espressioni praecesserunt, signun fidei, in somno pacis, refrigerium.
Bibliografia
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