Papa Ormisda

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Sant'Ormisda
Papa
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Nascita Frosinone
Morte Roma
6 agosto 523
Sepoltura Basilica di San Pietro in Vaticano
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Emblem of the Papacy SE.svg Informazioni sul papato
52° vescovo di Roma
Elezione
al pontificato
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Consacrazione 20 luglio 514
Fine del
pontificato
6 agosto 523
(per decesso)
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Predecessore papa Simmaco
Successore papa Giovanni I
Extra Anni di pontificato
Nomine
Cardinali 4 creazioni in 2 concistori
Proclamazioni
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Eventi
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Canonizzazione [[{{{aS}}}]]
Ricorrenza 6 agosto
Altre ricorrenze
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Attributi {{{attributi}}}
Devozioni particolari {{{devozioni}}}
Patrono di palafrenieri e degli stallieri
Collegamenti esterni
(EN) Scheda su gcatholic.org
(EN) Scheda su Salvador Miranda
Scheda su santiebeati.it
Tutti-i-santi.jpgNel Martirologio Romano, 6 agosto, n. 4:
« A Roma presso san Pietro, deposizione di sant'Ormisda, Papa, che, alfiere di pace, riuscì in Oriente a ricomporre lo scisma di Acacio e in Occidente a far rispettare dalle nuove popolazioni i diritti della Chiesa. »

Sant'Ormisda (Frosinone; † Roma, 6 agosto 523) è stato il 52° vescovo di Roma e papa italiano, dal 20 luglio 514 alla sua morte.[1] La Chiesa lo venera come santo.

Biografia

Questo abile e sagace pontefice proveniva da una benestante ed onorata famiglia di Frusino (Frosinone), nell'Agro Romano (Latium). Prima di ricevere gli ordini era stato sposato. Suo figlio divenne papa col nome di Silverio (536-537). Sotto Papa Simmaco, Ormisda rivestiva il ruolo di diacono e, durante lo scisma laurenziano fu uno dei più prominenti membri del clero di Simmaco. Al sinodo tenutosi a San Pietro nel 502, rivestì il ruolo di notaro. In quell'occasione Ennodio di Pavia gli predisse che sarebbe diventato papa [Ennodii opera, ed. Vogel (Berlin, 1885), 287, 290].

Elevazione alla sede di Roma

Il giorno successivo ai funerali di Simmaco (20 luglio 514), Ormisda fu consacrato vescovo di Roma senza incontrare resistenze. Una delle prime preoccupazioni del nuovo Papa fu di rimuovere le ultime vestigia dello scisma laurenziano riaccogliendo nella Chiesa coloro che non si erano ancora riconciliati.

Lo scisma acaciano

Fin dall'inizio del suo pontificato, gli affari della chiesa orientale ebbero un posto speciale tra le sue preoccupazioni. A Costantinopoli, lo scisma acaciano, che era sorto dopo la pubblicazione dell'Henoticon da parte dell'imperatore Zenone e che aveva causato la separazione delle chiese orientali ed occidentali, era ancora in corso. L'imperatore Anastasio (491-518), successore di Zenone, continuò a mantenere il documento e divenne sempre più propenso verso i monofisiti perseguitando i vescovi che rifiutavano di rinnegare il Concilio di Calcedonia. I tre patriarchi, Macedonio di Costantinopoli, Elia di Gerusalemme e Flaviano di Antiochia furono scacciati dalle loro sedi.

In mezzo a questa confusione, un certo numero di vescovi orientali si erano appellati a Simmaco affinché, con il ripristino dell'unità della Chiesa, le loro posizioni fossero rafforzate per contrastare la diffusione del monofisismo. Simmaco gli aveva chiesto di condannare Acacio di Costantinopoli, ma gli orientali non erano pronti per affrontare questo passo. Approfittando del malcontento sorto contro le tendenze monofisite di Anastasio, Vitaliano di Moesia, un comandante dell'esercito, si pose a capo di una rivolta contro di lui. Vitaliano chiedeva che gli fosse restituito l'incarico di distribuire il grano alla truppa, che fosse riconosciuto il Concilio di Calcedonia e che fosse ristabilita l'unità con Roma. Si guadagnò numerosi seguaci e comparve di fronte a Costantinopoli alla testa di grande esercito sconfiggendo Ippazio, nipote dell'imperatore; a causa di questi avvenimenti, Anastasio fu costretto a negoziare con lui. Uno dei termini della sottomissione di Vitaliano era che l'imperatore avrebbe dovuto giurare di convocare un sinodo ad Eraclea in Tracia, invitarvi il papa e sottoporsi al suo arbitrato per la disputa sulla sede di Costantinopoli e sulle altre diocesi in modo da ristabilire l'unità della chiesa. Di conseguenza, il 28 dicembre 514, Anastasio scrisse ad Ormisda per invitarlo al sinodo che si sarebbe tenuto il 1º luglio successivo. La lettera presentata a Vitaliano, fu recapitata a Roma da un suo emissario e dal legato imperiale. Il 12 gennaio, Anastasio inviò al papa una seconda e meno cortese comunicazione con la quale richiedeva soltanto i suoi buoni uffici nella disputa. L'imperatore, evidentemente, desiderava prolungare le trattative poiché non era disposto a mantenere le promesse che aveva fatto a Vitaliano. La seconda lettera giunse a Roma prima della precedente e, il 4 aprile, Ormisda rispose esprimendo la sua gioia nella prospettiva della pace, ma allo stesso tempo difendendo la memoria dei suoi predecessori. I latori della prima lettera imperiale giunsero il 14 maggio seguente. Il papa portò avanti le trattative in maniera guardinga, convocò un sinodo a Roma e, l'8 luglio, scrisse una lettera all'imperatore in cui annunciava la partenza di un'ambasciata per Costantinopoli. Nel frattempo, i duecento vescovi che si erano riuniti il 1° luglio ad Eraclea, si separarono senza aver concluso nulla.

L'ambasciata del papa presso la corte imperiale era formata da due vescovi, Ennodio di Pavia e Fortunato di Catina, dal presbitero Venanzio, dal diacono Vitale e dal notaro Ilario. La lettera di Ormisda all'imperatore, datata 1º agosto 515, è giunta fino a noi; così come le minute istruzioni impartite ai legati riguardo la posizione che avrebbero dovuto difendere. Se l'imperatore avesse acconsentito alle proposte presentategli, il papa era pronto, se necessario, a comparire di persona ad un concilio. Il papa, inoltre, inviò la formula di una confessione di fede (regula fidei) da far sottoscrivere ai vescovi orientali. L'ambasciata non conseguì alcun risultato; Anastasio, senza interrompere le trattative, consegnò ai legati una lettera evasiva per Ormisda. Nel frattempo, l'imperatore, dopo aver soffocato una nuova sommossa guidata da Vitaliano, inviò a Roma un'ambasciata composta da due alti funzionari civili. Costoro recavano una lettera datata 16 luglio 516 indirizzata al papa e ad una lettera datata 28 luglio indirizzata al Senato romano; lo scopo della seconda era di incitare i senatori a ribellarsi contro Ormisda. Il senato, tuttavia, così come re Teodorico, rimase fedele al papa. La risposta di Ormisda alla lettera imperiale fu dignitosa e definita. Nel frattempo un ulteriore numero di vescovi di Scizia, Illiria e Dardania era tornato in comunione con Roma e molti di loro, inoltre, avevano conferito con i legati papali a Costantinopoli sulla questione della riunione delle chiese. A questo punto, pronunciarono la loro condanna di Acacio e sottoscrissero la confessione di fede (regula fidei) di Ormisda, così come i vescovi della provincia di Epiro, convinti dal suddiacono romano Pullio. Questa professione di fede, che il papa inviò a Costantinopoli affinché fosse sottoscritta da tutti i vescovi che erano in comunione con la chiesa di Roma, è conosciuta come "formula Hormisdae". Ad essa il Concilio Vaticano I si è ripetutamente riferito.

Essa inizia con le parole:

« Prima salus est, regulam rectae fidei custodire et a constitutis Patrum nullatenus deviare. Et quia non potest Domini Nostri Jesu Christi praetermitti sententia dicentis: Tu es Petrus et super hanc petram aedificabo ecclesiam meam. Haec quae dicta sunt rerum probantur effectibus, quia in sede apostolica immaculata est semper Catholica conservata religio »
« Prima condizione per la salvezza è quella di custodire la norma della retta fede e non deviare in alcun modo da quanto è stato stabilito dai Padri. E non si può trascurare l'espressione del signore nostro Gesù Cristo, che dice: Tu sei Pietro, e su questa pietra edificherò la mia chiesa. Questa affermazione è provata dai fatti, perché nella sede apostolica la religione cattolica è stata sempre conservata pura. »

Poi prosegue con la condanna di Nestorio e degli altri eretici, compreso Acacio.

Una seconda ambasciata papale composta da Ennodio di Pavia e da Peregrino, vescovo di Miseno non ebbe migliore successo. Anastasio tentò persino di corrompere i legati, operazione che si rivelò infruttuosa. Infatti, essi, al contrario, cercarono di far circolare segretamente la lettera del papa che esortava il popolo a riunirsi alla chiesa romana. Quando l'imperatore ne venne a conoscenza, fece portare i legati fuori dalla città attraverso una porta secondaria e li fece imbarcare per l'Italia. Quindi Anastasio, che al momento non aveva nulla da temere da Vitaliano, l'11 luglio 517, scrisse una lettera a Ormisda, con la quale interrompeva le trattative e continuò a perseguitare i fautori dell'unione con Roma. Il 9 luglio 518, tuttavia, durante una terribile tempesta, Anastasio morì improvvisamente. Poco prima di quella data era morto anche Timoteo, il Patriarca eretico di Costantinopoli.

L'imperatore Giustino I (518-527), che salì al trono, era un cristiano ortodosso. Il popolo di Costantinopoli volle che il nuovo Patriarca Giovanni condannasse come eretici i monofisiti, riconoscesse la definizione di Calcedonia e tornasse in comunione con la chiesa di Roma. Un sinodo tenuto a Costantinopoli concordò con queste richieste. L'imperatore, allora, inviò un legato a Roma per concordare con il papa le modalità per rientrare in comunione. Ormisda nominò i vescovi Germano di Capua e Giovanni, il presbitero Blando, due diaconi, Felice e Dioscoro, e un notaro, Pietro. Essi avevano le stessi istruzioni e la stessa confessione di fede che era stata affidata ai legati del 515. L'ambasciata fu ricevuta a Costantinopoli con grande splendore. Tutte le richieste del pontefice furono accolte: il nome di Acacio come quelli degli imperatori Anastasio e Zenone furono eliminati dai sacri dittici e il Patriarca Giovanni accettò la formula di Ormisda. Il 28 marzo 519, Giovedì Santo, nella cattedrale di Costantinopoli, alla presenza di una grande folla, fu festeggiata solennemente la riunione della chiesa greca con quella di Roma. La maggior parte dei vescovi orientali e greci accettò e sottoscrisse la formula di Ormisda. Ad Antiochia di Siria fu scelto un patriarca ortodosso per sostituire l'eretico Severo.

La controversia teopaschita

In mezzo a tutta questa attività per la riaffermazione della pace, scoppiò una nuova questione intorno alla formula: "Uno della trinità fu crocifisso", che fu enunciata nel 519, a Costantinopoli, da Giovanni Massenzio e da numerosi monaci scizi sostenuti da Giustiniano (controversia teopaschita). Il patriarca ed i legati pontifici si opposero alla richiesta di far comprendere questa formula nei dogmi della chiesa. I monaci, allora, si diressero a Roma, dove causarono alcuni problemi; inoltre si appellarono ai vescovi africani che in quel periodo risiedevano in Sardegna. Nel 521 Ormisda dichiarò che la formula in questione, anche se non falsa, era pericolosa perché si prestava ad una falsa interpretazione e che il Concilio di Calcedonia non aveva bisogno di emendamenti. Intorno a questo periodo il vescovo africano Possessore, su istigazione di alcuni monaci africani, si appellò al papa per conoscere l'atteggiamento della chiesa nei confronti del vescovo Fausto di Riez (Provenza), i cui scritti erano caratterizzati da visioni semipelagiane. Nella sua risposta Ormisda rimproverò severamente lo spirito fazioso di questi monaci e non proibì la lettura delle opere di Fausto. Decise semplicemente che ciò che c'era di buono dovesse essere conservato e ciò che era contrario alla dottrina della chiesa dovesse essere rifiutato.

Le altre questioni

Ormisda incaricò Dionigi il Piccolo di tradurre in lingua latina i canoni della chiesa orientale e pubblicò una nuova edizione del Decretum de recipiendis Libris di Papa Gelasio I. Inviò lettere a vari vescovi di Spagna e di Gallia su questioni ecclesiastiche dando anche consigli sulla gestione della chiesa. I suoi rapporti con Teodorico furono amichevoli. Il Liber Pontificalis enumerava gli importanti doni fatti sia da questo re così che dall'imperatore Giustino a San Pietro.

Poco prima la sua morte il papa ricevette la notizia che Trasamondo il re vandalo dell'Africa del Nord era morto (523) e che le persecuzioni dei cattolici in quella regione erano cessate. Ormisda fu sepolto sotto il pavimento dell'atrio di San Pietro. Nonostante la tomba sia andata perduta, il testo del suo epitaffio è giunto fino a noi (Giovanni Battista de Rossi, Inscriptiones Christianae urbis Romae, II, 130).

Culto

Ormisda è il santo patrono dei palafrenieri e degli stallieri.

La sua memoria liturgica ricorre il 6 agosto, giorno della sua morte.


Predecessore: Papa Successore: Emblem of the Papacy SE.svg
papa Simmaco 20 luglio 514 - 6 agosto 523 papa Giovanni I I
II
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VIII
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con
con
papa Simmaco {{{data}}} papa Giovanni I
Note
  1. Biographisch-Bibliographischen Kirchenlexikon (BBKL)
Fonti
Bibliografia
Collegamenti esterni

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