Papa Celestino I

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San Celestino I
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Nascita 380
Morte 27 luglio 432
Sepoltura Basilica di Santa Prassede all'Esquilino (Roma)
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Emblem of the Papacy SE.svg Informazioni sul papato
43° vescovo di Roma
Elezione
al pontificato
10 settembre 422
Consacrazione
Fine del
pontificato
27 luglio 432
(per decesso)
Segretario {{{segretario}}}
Predecessore papa Bonifacio I
Successore papa Sisto III
Extra Anni di pontificato
Nomine
Cardinali 2 creazioni
Proclamazioni
Antipapi
Eventi
Venerato da Chiesa cattolica
Venerabile il [[]]
Beatificazione [[]]
Canonizzazione [[]]
Ricorrenza 27 luglio
Altre ricorrenze 6 aprile, 8 aprile
Santuario principale
Attributi colomba, drago e fiamma
Devozioni particolari {{{devozioni}}}
Patrono di
Collegamenti esterni
(EN) Scheda su gcatholic.org
Scheda su santiebeati.it
Tutti-i-santi.jpgNel Martirologio Romano, 27 luglio, n. 4:
« A Roma nel cimitero di Priscilla sulla via Salaria, san Celestino I, papa, che, solerte nel difendere la Chiesa e nel dilatarne i confini, per primo istituì l'episcopato in Inghilterra e in Irlanda e diede il suo sostegno al Concilio di Efeso nel salutare la beata Maria come Madre di Dio in opposizione a Nestorio. »

San Celestino I (380; † 27 luglio 432) è stato il 43° vescovo di Roma e papa latino dal 10 settembre 422 alla sua morte. È venerato come santo dalla Chiesa.

Biografia

Nulla è conosciuto della sua giovinezza, tranne che era romano e che il nome di suo padre era Prisco. Si dice che abbia vissuto per un certo periodo a Milano con Sant'Ambrogio; comunque, la prima notizia conosciuta che lo riguarda si trova in un documento di Papa Innocenzo I risalente al 416, dove viene individuato come Celestino il Diacono. Nel 418, a dimostrazione del suo crescente prestigio, Sant'Agostino d'Ippona gli scrisse una lettera (Epist. LXII) con un linguaggio molto reverente.

Il soglio pontificio

Celestino successe a Papa Bonifacio I il 10 settembre 422 (secondo Tillemont, sebbene i Bollandisti sostengano che la data esatta sia il 3 novembre) e morì, presumibilmente, il 26 luglio 432, dopo aver regnato per nove anni, dieci mesi, e sedici giorni. Nonostante i tempi turbolenti che correvano a Roma, fu eletto senza alcuna opposizione, come si evince da una lettera di Sant'Agostino (Epist. CCLXI), scrittagli poco dopo la sua elevazione, nella quale il grande dottore invocava il suo aiuto per ricomporre la sua disputa con Antonio, vescovo di Fessula in Africa.

Sembra che Celestino ed Agostino fossero legati da una forte amicizia e che, per tale motivo, dopo la morte di quest'ultimo nel 430, Celestino scrisse una lunga lettera ai vescovi di Gallia sulla santità, la cultura e lo zelo del santo nella quale vietava tutti gli attacchi alla sua memoria da parte dei Semipelagiani che, sotto la guida di Giovanni Cassiano, stavano iniziando a guadagnare sempre più influenza.

Sebbene il suo destino si giocasse in tempi burrascosi, dato che i Manichei, i Donatisti, i Noviazianisti ed i Pelagiani stavano turbando la pace della Chiesa, mentre le orde barbariche stavano iniziando le loro incursioni nel cuore dell'impero, il carattere fermo ed al tempo stesso gentile di Celestino lo rese in grado di adempiere con successo a tutti i doveri che comportava la sua posizione. Sostenne dappertutto i diritti della Chiesa e la dignità del suo ufficio.

In questo fu aiutato da Galla Placidia, che, in nome del suo giovane figlio, Valentiniano III, bandì da Roma i Manichei e gli altri eretici che stavano compromettendo la pace. Celestino non solo scacciò Celestio, compagno e principale discepolo di Pelagio, dall'Italia, ma ispirò l'ulteriore condanna della setta da parte del Concilio di Efeso. Inoltre, grazie al suo aiuto, San Germano d'Auxerre e San Lupo di Troyes, che erano stati inviati dai vescovi gallici in Britannia, terra natia di Pelagio, nel 429, riuscirono ad estirpare l'eresia dal suo suolo natio.

Difensore delle tradizioni

Fermo sostenitore dei canoni tradizionali, Celestino scrisse ai vescovi d'Illiria raccomandandogli di osservarli e di rimanere fedeli al vescovo di Tessalonica, vicario papale, senza consultare il quale non avrebbero dovuto consacrare alcun vescovo o indire alcun concilio. Scrisse anche ai vescovi di Vienne e Narbonne, ammonendoli di seguire gli antichi canoni e, conformemente al volere del suo predecessore, di resistere alle pretese della sede di Arles. Inoltre, li ammonì di non rifiutare di impartire l'assoluzione anche a coloro che lo desideravano in punto di morte, di non vestire come monaci e di prendere severi provvedimenti contro un certo Daniele, un monaco orientale causa di seri disturbi nella Chiesa di Gallia.

Ai vescovi di Apulia e Calabria scrisse che il clero non doveva rimanere all'oscuro dei canoni, né i laici avrebbero dovuto essere elevati all'episcopato al posto del clero per volontà popolare, non importa quanto forte, (populus docendus non sequendus). Inoltre minacciò severe sanzioni severe contro i futuri trasgressori. Nel difendere il diritto della Chiesa romana di ricevere e decidere su appelli da tutte le regioni, entrò per un certo periodo in conflitto con la Chiesa d'Africa (caso Apiarius). I vescovi africani, comunque, sebbene manifestassero un certo dissenso, non misero mai in questione il primato della Santa Sede. Le loro azioni ed il loro linguaggio espressero sempre il suo più pieno riconoscimento; le loro lagnanze furono dirette piuttosto contro il saltuario uso indiscreto delle prerogative papali.

Nestorio

Gli ultimi anni del pontificato di Celestino furono impiegati nella lotta all'eresia di Nestorio. Nestorio, che era divenuto vescovo di Costantinopoli nel 428, all'inizio fu fonte di grande soddisfazione per il papa, come si evince da una lettera indirizzatagli da Celestino stesso. Però, presto destò sospetti circa la sua ortodossia: ricevette in modo benevolo i Pelagiani banditi da Roma dal papa. Poco dopo, echi dei suoi insegnamenti eretici riguardo la duplice personalità di Cristo giunsero a Roma. Celestino ordinò a San Cirillo d'Alessandria di investigare e fare un rapporto. Cirillo, avendo trovato Nestorio che professava apertamente la sua eresia, inviò un resoconto particolareggiato a Celestino che, in un sinodo romano del 430, avendo condannato solennemente gli errori di Nestorio, ordinò a Cirillo di procedere contro di lui in suo nome.

Quest'ultimo avrebbe dovuto essere scomunicato e deposto a meno che entro dieci giorni non avesse ritrattato solennemente e per iscritto i suoi errori. In lettere scritte lo stesso giorno a Nestorio, al clero e al popolo di Costantinopoli, a Giovanni di Antiochia, Giovenale di Gerusalemme, Rufo di Tessalonica e Flaviano di Filippi, Celestino rese pubblica la sentenza emessa su Nestorio e l'incarico dato a Cirillo di eseguirla. Allo stesso tempo riammise tutti coloro che erano stati scomunicati o erano stati deposti da Nestorio. Cirillo lanciò la condanna papale ed il suo anatema su Nestorio.

L'imperatore allora convocò un concilio generale da tenersi ad Efeso. A questo concilio Celestino inviò quali legati i vescovi Arcadio e Proietto ed il presbitero Filippo, che avrebbero dovuto appoggiare Cirillo. Tuttavia, non avrebbero dovuto partecipare alla discussione, ma avrebbero solo dovuto giudicare le opinioni degli altri, poiché il papa si riservava la decisione finale.

San Patrizio

L'ultimo atto ufficiale di Celestino, l'invio di San Patrizio in Irlanda, forse superò tutti gli altri per le conseguenze di vasta portata che ebbe. Aveva già inviato (431) san Palladio come vescovo agli "Scotti (irlandesi) che credevano in Cristo." Ma Palladio presto abbandonò l'Irlanda e morì l'anno seguente in Britannia. San Patrizio, a cui prima era stato rifiutato, ricevette l'incarico a lungo desiderato solamente alcuni giorni prima della morte di Celestino, che così divenne partecipe della conversione degli irlandesi.

Affari interni

Negli affari locali della Chiesa romana, Celestino manifestò grande zelo. Restaurò ed abbellì la chiesa di Santa Maria in Trastevere, che aveva subito il saccheggio da parte dei Goti, la chiesa di Santa Sabina e fece abbellire le Catacombe di Santa Priscilla con dipinti del Concilio di Efeso. Anastasio Bibliotecario gli attribuì diverse parti della liturgia, ma senza alcuna certezza sull'oggetto. Da mettere in dubbio è anche l'asserzione del Liber Pontificalis, secondo la quale Celestino aggiunse la Prefazio al canone della Messa.

I Capitula Coelestini, le dieci proposizioni sulla grazia che hanno giocato tale parte nella storia dell'Agostinianesimo, non gli sono più attribuiti. Per secoli furono creduti parte integrante alla sua lettera ai Vescovi di Gallia, ma attualmente sono considerati essere opera di Prospero d'Aquitania. La data precisa della sua morte è incerta, anche se tradizionalmente si colloca il 27 luglio 432.

Culto ed iconografia

La sua festa, nella Chiesa latina, ricorre il 6 aprile, giorno in cui il suo corpo fu posto nella Catacomba di Priscilla, dalle quali fu traslato, nell'820, da papa Pasquale I nella Basilica di Santa Prassede.

Nella Chiesa greca, dove è grandemente venerato per la condanna di Nestorio, la sua festa ricorre l'8 aprile.

Nell'arte, san Celestino è rappresentato come papa assieme a una colomba, un drago e una fiamma.


Predecessore: Papa Successore: Emblem of the Papacy SE.svg
papa Bonifacio I 10 settembre 422 - 27 luglio 432 papa Sisto III I
II
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con
con
papa Bonifacio I {{{data}}} papa Sisto III
Fonti
Bibliografia
Collegamenti esterni

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